Per non moltiplicare in più parole, vi dirò brevemente che quelle vecchiarde, non già, come loro malamente è detto monache, perchè non hanno fatta professione alcuna, ma in sostanza converse ovvero oblate, sono, per così dire, il rifiuto di molte generazioni d'uomini e di cose. Sono il rifiuto de' loro genitori, perchè sono anch'esse degli esposti; sono il rifiuto di tutta quella canaglia, uomini e donne che vanno a torsi i bambini alla Nunziata per tutte le ragioni che già vi dissi; sono il rifiuto della Nunziata medesima, che le caccia nelle sue più fiere spelonche; e ultimamente sono il rifiuto di tutti i vecchi o giovani che per voto vengono a menarsi a moglie qualche fanciulla di quel convento. E così di rifiuto in rifiuto, pervenute a una età assai ben provetta, si offeriscono a Dio, che non sappiamo in quanto grado abbia la loro offerta, ma senza professare, e non desiderando nessun'altra cosa al mondo tanto, quanto l'occasione, qualunque ella sia, di cavarsi quella pezzuola di testa.
Tali essendo quelle suore, per vivere con un poco meno di disagio, s'industriano sottilissimamente di fare alcun negoziuccio; nè avendo alle mani altra merce, che il mangiare o il dormire o il vederci delle fanciulle, trafficano, come meglio loro vien fatto, la lucerna, i paglioni e la minestra.
Pigliano, oltracciò, a lavorare, di calze o d'altro, da chi possono, e in vece di lavorar esse, fanno lavorare le fanciulle; cui quel pochettino che danno di fattura lo pagano in olio o in paglia o in ceci, o per meglio dire, fingono di pagarlo così ed in effetto non lo pagano. Perchè ritenendo, in conto di quel nonnulla che somministrano giornalmente, i cinque grani per testa che l'ospizio paga a tutte le abitatrici di quella chiostra, si può dire francamente che nè pure quei cinque grani li spendono tutti. Esse poi dalla gente di fuori riscuotono per la fattura quel ch'ella veramente vale, e se ne avvantaggiano di non poco.
Spesso non v'è da lavorare per tutte. Allora le mercatantesse danno da lavorare alle più svelte, e l'altre per quel grano il dì che non hanno da dar loro beccare di più, rodono quel tozzo, e si struggono, anzi si svengono di voglia alla vista e all'odore della fatale minestra, cui le arpie non consentono loro di approssimarsi.
Esercitano, in oltre, un'altra specie di onesto commercio: ed è il seguente. V'è alcuni santocci, che per ogni menomo accidente, per ogni più lieve malattia o qualunque vogliuzza si ficcano in capo di cavarsi, di subito si botano alla Beata Vergine, che se o quell'accidente si risolva nel modo che loro torna il meglio, o guariscano di quella malattia, o si cavino quella vogliuzza, di sposarsi una sua figliuola; che con questo bello e troppo poco osservato nome siamo noi altre esposte domandate. E come piuttosto, o quell'accidente è risoluto in loro pro, o sono risanati di quella malattia, o è loro venuto fatto di cavarsi quella vogliuzza, ecco traggono all'entrata di quella chiostra, e si raccomandano alle suore di scegliere loro la più bella fanciulla. Le suore patteggiano e vendono la futura bellezza delle costoro mogli; e in quello scambio, per serbarsi le meno brutte a migliore ventura, menano loro per l'ordinario le più orrende.
Io non so se dirvi o tacervi, che poco di poi il mio felicissimo arrivo, un dì io vedeva quelle suore entrare e riuscire non so quante volte dalla grotta ove io era, menandone sempre con loro qualcuna delle mie compagne, e poi tornando con quella, rimenarne via un'altra. E mentre piena di maraviglia non mi sapevo risolvere di quella novità, ed ecco la badessa in persona che con piglio meno arcigno del solito, mi prende per la mano e mi conduce presso all'entrata. Quivi era un brutto vecchiardo, piccolo, scrignuto e mal fatto, con un naso lungo un braccio, con due stecchi di gambe, e con un giubboncello assai ben sudicio indosso, e tutto orlato d'un nastro bianco, per segno del voto, com'è qui il costume. Per non allungarvela, questi era uno di quei cotali, e, dispregiato da molte, mostrandosi a vicenda di non facile contentatura, molte egli stesso ne dispregiò delle non brutte; ed alla fine, o per la mia nudità che me lo facesse pietoso, o ch'io avessi la sventura di sembrargli bella, scelse me, avvicinandomisi protervamente, e volendomi già accarezzare come sua moglie. Io mi messi a gridare come se il diavolo m'avesse brancata, e la badessa mi teneva forte ghermita: e credo che m'avrebbe senz'altro sacrificata, se quell'opera di sposare quel ceffo si fosse potuta condurre senza l'intesa di tutto l'ospizio e del duca stesso. Ultimamente a malissima pena me ne sciolsi, e fuggendo alle mie compagne, e raccontando loro il caso, ebbi da loro, che quegli era un lordo vecchio che s'era botato di sposarsi una di noi, se mai, sudo a dirlo, fosse guerito d'una cavernosa fistola ch'avea non so dove.
XLI.
Mi pare quasi inutile di dirvi, che non sapendo io lavorar nulla da principio, ne anche far la calza o filare, e poscia che l'imparai, spesso a bello studio non essendomi dato lavoro da quelle streghe, nè trovandomi io altro modo di soddisfare a quel grano di più il giorno, ch'era mestieri per aver la minestra, nè dandomi il cuore, così cagionevole com'ero, di rosicchiarmi quel vituperevole tozzo; che, quando il mese della tonacella fu finito, io mi lasciai scroccare in simigliante guisa quel misero spillo d'acciaio, e quel paio di calze ch'avevo; rimanendone a gambe e piedi nudi, e ultimamente quel paio di scarpette, in iscambio delle quali, per non lasciarmi al tutto scalza, fui provveduta d'un paio di zoccoli assai ben vecchi. Nè fu una sola quella settimana o quel mese, ch'io dovetti per filo, a malgrado dell'orrore che ne avevo, contentarmi di quel nefando tozzo di pane. Mi pare inutile ancora di dirvi che suora Geltrude, come poscia riseppi, quel dì medesimo ch'io fui strascinata in quelle grotte, mi aveva mandato per la sua donnicciuola l'altro paio di calze, l'altra sottana, l'altra camicia, e di più di ciò che già mi aveva donato, due moccichini di refe; e tutto mi fu rapito dalle suore, se non che, in quello scambio e in nome di suora Geltrude, mi fu recata una camicia, non veramente quella donatami da lei, ma un'altra di tela più grossa e già assai ben logora; e che non avendo ottenuta la licenza chiesta al duca (il quale, acciocchè dalla partita di lei non rimanesse offesa la sua ducale maestà nella opinione degli ufficiali dell'ospizio, bravandola in pubblico e mitigandola in privato, la riteneva), non lasciava passare mai nè mese nè settimana, ch'ella non mi mandasse qualche soccorso in roba o in danari, ch'era tutto rubato dalle suore.
Questa vita strascinai io per ben undici mesi, morendomi ora di caldo, ora di freddo e sempre di fame; non vedendo anima nata, fuorchè le orride vecchiarde, e le cattivelle e malcondotte giovanette; ed essendo, solo i dì di festa, menata, come pecora insieme con tutta la mandria, in certe paurose buche, donde per fittissime gelosie si udiva la messa nella magnifica chiesa dell'Annunziata. Quella chiesa, udiva dire io, che per instinto naturale ebbi sempre un'ardentissima cupidità di sapere, bruciò nell'anno mille settecento cinquantasette, e dal sessanta all'ottantadue fu rifatta, con assai lode, dal Vanvitelli. Quarantaquattro grandi e belle colonne corintie di marmo bianco facevano un vivo contrasto ai miseri occhi miei con quelle tetre spelonche alle quali erano assuefatti. Ma il contrasto più grande era fra i visi di uomini e di donne ch'io vedeva nella chiesa, e quelli ch'ero solita di vedere. Quelli e quegli altri non mi pareva possibile che appartenessero alla medesima specie. E non potendo dubitare che quelli che m'erano da presso non fossero stati visi di femmine, quegli altri ch'io vedeva nella chiesa mi parevano visi d'angeli; e di tutti io m'innamorava come di qualcosa di superiore a me. Ah padre! dove troverò io le parole per esprimervi la gioia, il dolore, la speranza, la disperazione ch'io provai un dì, che vi scorsi suora Geltrude?...
Ell'era appoggiata ginocchioni a uno scanno innanzi all'immagine di Maria Vergine, e pareva profondata in una preghiera ferventissima. A un tratto sollevò gli occhi al cielo tutti rilucenti di speranza; poi gl'inchinò serenati, come se la sua preghiera fosse stata esaudita. Ed, inchinandoli, li sostenne mollemente qualche istante sulle gelosie che me le nascondevano, come se m'avesse cercata. Poi li ritornò alla cara immagine, in cui li tenea fissi quand'io la scorsi.