Senti! disse la suora. All'altre fanciulle lo danno le loro mani. O non vedi tu com'esse hanno lavorata la calza e filata la stoppa tutta la mattina, tanto che la carne s'è loro spiccata dall'ugna? Tu sai solamente levarti a ora di desinare, e trarre all'odore. Ma se tu guardi un poco più in là, tu t'accorgerai che questi ceci, chi non se l'è faticati, non li mangia.
Io mi volsi dov'ella m'additò, e vidi in su certi lettucci in fondo della spelonca non poche di quelle cattivelle, e, il più, le fanciulle; delle quali, perchè m'erano alle spalle quand'io giaceva sul letto, non m'era punto avvisata che non avessero fatto cerchio alla pignatta. Queste, non altrimenti che il cane rode l'osso, si rodevano quell'orribile pane, e pure guatando di traverso alla pignatta ed al fummo che ne usciva, e col capo all'insù quasi bevendo col naso l'odore ch'ella gittava, mi messero nel cuore una gran pietà del fatto loro, benchè io cominciassi ad averne una non minore di me medesima. E non irricordevole in quel punto de' due grani non rendutimi la sera innanzi da quella loro badessa:
Or bè, le dissi; due grani avete già; e due ne ha la badessa di miei, che non me li rendette iersera, ed ecco un grano più dei tre che voi dite. E lasciatemi, per pietà, torre un boccone di questi ceci, ch'io non mi muoia. Ed abbiatevi anche il pane; ch'io non avrei la forza di masticarne nè d'inghiottirne un solo boccone, tanto mi dolgono i denti e le gengive, e tanto ho arida e risecca la gola.
O Vergine Maria, rispose la strega adirata. Quanto mai è lungo e noioso il noviziatico di questa fanciulla; e com'è perfidiosa e linguacciuta. Sì signora, si ritennero i due grani per la lucerna che v'avete goduta iersera e stanotte; e costa due grani per testa la settimana. E se tu l'hai tu il capo di zucca, che ti possa far lume la notte, noi non l'abbiamo già noi. A tempo di carestia pan veccioso, disse il proverbio. Se tu hai fame, e tu mangiati questo pane, ch'è buono. E non mi rompere più il capo.
E così detto, e gittatomi quel tozzo nel viso, si rimesse alla danza del cucchiaio, visto che, perchè ella non l'avesse menata mentre aveva parole con me, non però era stata punto intermessa dall'altre.
Allora l'altra buona suora, che l'era al dirimpetto, non ignara, io credo, della pezzuola della sera innanzi:
Ascoltate, suora Rachele, le disse. Voi siete umanissima fra tutte le suore, e so che assai v'incresce di questa povera fanciulla, comunque, per ben educarla, vi sforziate di parere brusca nel viso. Ma udite. Insino ch'ella non possa togliere a lavorare alla volta sua, ella vi darà quella sua tonacella di merino di Francia; e poichè la benigna stagione lo consente, si rimarrà con sola quella sottana che ha di sotto, che veggo ch'è assai recipiente. Io voglio aver detto insino ch'ella ne avrà per un mese di buon desinare. Che ne dite, eh!; sarebb'egli troppo a pagargliene tre carlini?... E se la tonacella non vale tanto, voglio più tosto avervi a rifar di mio. Ma, a dirvela, non mi regge più il cuore di vederla languire a quel modo.
Suora Rachele faceva le lustre di balenare come se la tonacella fosse valuta assai meno dei trenta grani. Ma io, spogliandomela senza più, gliene diedi, e mi rimasi in gonnelletta, che quasi a un tratto ebbi scorno di me stessa. E vedendomi parte del seno ignudo, mi ristrinsi ed appuntai con frettolosa e tremante mano la camicia al collo, come seppi il meglio, con quello spilletto d'acciaio che a fatica avevo recuperato dagli uscieri, quando mi spuntarono la pezzuola, che poi non mi rendettero. Suora Rachele piegò studiosamente la tonacella, e ripiegata se la messe in seno. Ed io, ingegnandomi anch'io di accoccolarmi in quel foltissimo cerchio, soddisfeci di qualche cucchiaiata di ceci all'imperiosa necessità della natura.
XL.
Ma già sono io stessa troppo sazia di andarmi ravvolgendo fra tante e sì inaudite meschinità. Le quali s'io mi sono potuta risolvere a raccontarvi tutte così com'elle furono, io spero che prima Iddio e poscia voi, o padre, me ne avrete qualche conto nel ponderare la giusta espiazione delle mie colpe. Non è piccolo rinnegamento di se, nè piccolo trionfo sopra l'orgoglio concreato dell'uomo, il raccontare tutta la verità d'una vita oscura e tribolata. Perchè gli uomini, e leggendo e scrivendo, cercano il nobile e il maraviglioso, in fine, il poetico, ed abborrono sopra ogni cosa il prosaico; cioè, cercano l'ideale e il fantastico, in fine, il falso, ed abborrono sopra ogni cosa il vero. Questo annullerà sempre ogni utilità delle vite e delle memorie che altri scriverà di se stesso. Perchè la vita è il vero, e il vero è prosa; e di Giovanni Iacopi ve ne fu un solo.