Ma l'altro non istette già sicuro per nulla, e gli tenne dietro di volo, e mi sparvero entrambi dietro l'uscio. Ed io, benchè tutta stordita di tante mie e così strane avventure, andai considerando la stoltezza di quella superstiziosa canaglia, che ad ogni piè sospinto chiamano le cose più sacrosante di Dio a testimoni delle loro miserabili ribalderie.
Io non aveva ancora avuto il tempo di raccogliere i miei confusi pensieri, quando riapparvero i due uscieri seguitati da due facchini, che portavano sulle spalle una barella, sulla quale era una piccola materassa con sopravi un coltrone di color bigio. Postala in terra, i due facchini mi sollevarono dal lettuccio involta in quello stesso panno di tela che avevo sopra, perchè videro che di quello straccio, ch'era di sotto, domandato in quelle chiostre lenzuolo, non v'era un pezzo che tenesse.
Io credo per certissimo ch'io sarei morta dal dolore, se la troppo più che umana consolazione di dovermi vedere fra poco fuori di quelle tombe, non m'avesse renduta insensibile a qualunque martirio. Sopraggiunsero una ventina di quelle streghe, che, rialzato per un lembo il coltrone con che già i facchini m'avevano coperta, mi strapparono, a tutta furia e senza aver riguardo allo stato mio, il panno di tela in cui ero rimasta involta, che mi parve, tutta fignoli e schianze com'ero divenuta, che la pelle mi s'aprisse e schiantasse. Ed io, rimastami sotto il coltrone con un cencio di camicia mezzo appiccato alle carni e mezzo sanguinosamente spiccato, e in quanto al corpo moribonda, pure volsi il pensiero a Dio, e lo benedissi per quella volta de' miei dolori, e benedissi le streghe, gli uscieri, i facchini; e chiunque mi avesse cacciato uno stile per mezzo il petto, l'avrei benedetto ancora, purchè egli, se non me viva, almeno il mio morto corpo avesse finalmente portato via da quell'inferno.
Oh Dio onnipotente! Qual ebrietà d'allegrezza mi causò lo scricchiolare di quella barella, quando i due facchini la sollevarono e se la inforcarono sopra le spalle! Così, chiudendo gli occhi, e volendomi anticipare d'un istante il piacere di non veder più quelle mura e quelle streghe e quella plebaglia che mi s'era affollata tutta intorno; quando nella corte mi sentii non so che di rosso sulle palpebre, li riapersi cercando la viva luce del cielo, e tosto per impotenza li richiusi; ma non gemetti d'averla ritrovata.
XLVI.
Riapersi gli occhi in quelli di suora Geltrude, che mi attendeva all'entrata dell'alunnato. Quand'ella mi vide, fece involontariamente un certo atto di dolorosa maraviglia, dal quale mi parve intendere ch'ella prendesse dello stato mio un orrore assai più grande, che già non prese quella prima notte che mi raccolse moribonda d'in sulla ruota. Riavutasi prestamente dalla sua maraviglia, ella corse a baciarmi e ad abbracciarmi, ed io sentii come se un ferro aspro e tagliente m'avesse stritolato il cuore, e versai un altro fiume di lacrime da questi occhi, che, dopo tanto piangere, io giudicava seccati in sempiterno. Se dunque quel che si chiama male è dolore e ci sforza alle lacrime, e quel che si chiama bene anche è dolore ed anche ci sforza alle lacrime, chi fu mai il primo stolto che inventò la parola piacere sulla terra?
L'alunnato prende tutto il primo piano del magnifico edifizio del quale vi ragionai. In compagnia di suora Geltrude, che mai non distaccò la mano dalla mia, io fui condotta dalla prima e superba sala in una seconda a destra, e quindi, per assai altre, nell'ultima, ch'era l'infermeria. Questa era assai ben allegra e spaziosa; non però tanto, che non vi si potesse godere dentro quella specie di raccoglimento, quel non so che di confortativo e casalingo, tanto difficile a trovarsi in questa città, vaga, come sapete, assai più della via di Toledo, di cui anche il nome è servaggio, che degl'inestimabili e liberi e schietti piaceri domestici. Quivi in poco d'ora io potetti obbliare compiutamente il convento; e mi parve d'essere stata, come per miracolo, trasportata dagli angeli del Signore, non in un'altra città, non in un'altra parte della terra, ma in un altro pianeta.
Appena i facchini ebbero posta in terra la barella, suora Geltrude e un'altra monaca, ch'era già nella stanza e che mi parve la medesima che già quella nefaria notte l'aveva aiutata allo stesso ufficio, mi sollevarono sulle loro braccia, e mi riposero sopra un canapè, così com'ero rinvolta in quel coltrone. I facchini, passata la materassa dalla barella sopra un lettino, furono pagati ed accommiatati; e suora Geltrude con la sua compagna, che le dicevano suora Giustina, aiutate ancora da altre suore che ministravano intorno, mi tolsero soavemente quel cencio di quella camicia ch'avevo indosso e lo mandarono ad abbruciare. E nettomi, quanto lo stato mio lo consentiva, il molto fastidio che avevo per la persona, mi ravviarono e rannodarono dolcemente i capelli, e mi vi misero su una cuffia che m'incresparono mollemente con due piccole benderelle. E finalmente fasciatemi con fasciature di lino le posteme onde mi marciva in più luoghi la persona, massime quella piaga orribile che minacciava di rodermi la mano, mi misero indosso una camicia lina di bucato, e m'assettarono in un molto ragionevole lettino, dove sopra due coltrici di lana erano le lenzuola line bianchissime, e due guanciali con le federe medesimamente line, e una bella coltre di dobletto. Una conversa, ch'era anche francese, mi recò spacciatamente una tazza di buon brodo; e durante tutto quel dì io ne fui, ad ogni ora, ristorata di una tazza.
In quel mezzo suora Geltrude aveva provveduto che per una conversa fosse domandata licenza al duca di poter mandare per un cerusico. E non appena la conversa era partita con l'imbasciata, che s'imbattè con uno di quegli uscieri, il quale mandato appostatamente dal duca, veniva a pregare per parte di lui suora Geltrude, che, per qualunque cosa concernesse me, egli intendeva di trasfondere in lei ogni sua autorità, e che avea comandato a tutti gli ufficiali di obbedirle in ciò come a un altro se stesso. Suora Geltrude sorrise il riso che i generosi sorridono alla viltà dei vili. Pure, rendute urbanamente le convenevoli grazie al duca, pregò l'usciere d'andare per il cerusico. L'usciere non ebbe mestieri di molti prieghi a correre di volo; e poco di poi ci fu significato l'arrivo del cerusico.
Questi, la Dio mercè, era una persona di senno; e mai non m'uscirà della mente la sua amorevole presenza. Era un uomo di forse cinquant'anni, di vista corta e caliginosa, ma di quella caligine che annunzia l'ingegno e il lungo studio; era di Monteleone, e gli dicevano Niccolò, e per semplicità di costume parlava quel suo dialetto nativo non ingiocondo sulle sue labbra, ove sonava cordialità e fiducia di se stesso. E sedendomisi accanto al letto, e con quella sua grossa e buona voce, e con un sorriso che pareva la probità stessa, confortandomi a stare di buona voglia, non m'aveva ancora slegata la piaga, ed a me già pareva ch'ella cominciasse a guarire. La sciolse, la medicò e la rilegò con un garbo e una pianezza ch'era tutta sua, ed in pochi giorni m'ebbe risanata, anzi ridonata la mano, anzi tutta me stessa, che tornai liscia e lustra, come la serpe che si rinnuova a primavera. L'ultima volta ch'egli venne, suora Geltrude volle dargli della sua immensa gratitudine qualche lieve pegno, ch'egli, come pagato dall'ospizio, rifiutò con una naturalezza, che mostrava il nessuno sforzo che quel rifiuto gli costava. Quest'uomo vive ancora, perchè, per entro la gelosia di questa mia misera celletta, lo vidi pochi dì sono ch'entrava tutto pio nella chiesa. O onore della specie umana, anzi, più che uomo, angelo di consolazione! Io ti vidi, e non potetti caderti ginocchioni ai piedi, ed abbracciare le tua ginocchia, e bagnarle delle mie lacrime, e adorarti come la virtù stessa, come la più certa rivelazione del tuo divino Fattore!