Quella geografia non era una scarna noverazione di paesi e di città, ma era una descrizione, anzi una storia ordinata e sugosa della figurazione materiale di tutto il globo in generale, e delle varie contrade in particolare; una storia delle varie razze del genere umano, de' vari popoli di ciascuna di esse, delle varie trasmigrazioni, de' vari reggimenti e de' vari costumi di questi popoli nei vari tempi; di modo che, come per via di magico incantesimo, io mangiava, dormiva, parlava, passeggiava, viveva, in fine, con qual si fosse il popolo antico o moderno del quale leggeva la descrizione. Ora volavo alla corsa dietro un ignoto amante nelle più belle foreste americane, e poi gli spiravo nel seno, ed egli mi seppelliva alla bocca d'una spelonca, e poi in sull'aurora veniva sul mio sepolcro, e v'attendeva il sole genuflesso, e l'adorava, e ne invocava un raggio di luce che penetrasse insino alla mia salma gelata. Ora, colà in riva al Bosforo, fra i profumi e le gemme orientali, nuotavo con le spose di mio marito in più camere di marmo piene insino al mio seno d'acqua tepida e odorata; e contemplandomi tutta, e poi contemplando a parte a parte le mie ignude rivali, o inorgoglivo della mia bellezza o mi sdegnavo della loro, e sempre le odiavo quanto si può più odiare. Ora, nella petrosa Arabia, assisa su un cammello e tutta carica di gomme odorate, seguivo fra il mare del deserto il mio svelto e barbuto marito che guidava l'armento, e, fissi gli occhi in quel cielo trasparente, o ne noveravo quasi ad una ad una le innumerabili stelle, o contemplavo i misteri della luna, all'armonia celeste d'un mestissimo canto che il mio sposo le inviava; e quel canto era tanto più che umano, che solo poscia ne trovai la versione nei canti del Leopardi. Ora nell'India saltavo sul rogo acceso al mio spento marito, e n'abbracciavo la fredda spoglia, e più tosto che perdere la barbarica lode, m'incenerivo viva fra le fiamme. Ora appiedi del Caucaso mi strappavo spietatamente la destra mammella, e saltavo sul feroce destriero, e sguainata la spada, correvo i campi fulminando, e verginella osavo combattere gli uomini. Ed ora in Roma, non più verginella ma donna, al padre mio condannato a perire di fame, porgevo di cupa notte il mio seno lattante fra i cancelli del carcere, e lo nutrivo lungamente del mio latte, e il popolo, stupido prima dell'occulto e poscia del palese miracolo, mi concedeva la cara vita ch'io ne implorava.
Erano, io credo, cinquanta dì ch'io aveva quel libro fra le mani; e mai non me ne poteva distaccare. Lo lessi e rilessi e tornai a leggere non so quante volte; corsi non so quante volte il mondo antico e l'odierno; e quante più cose potetti, dedussi e figurai col mio pensiero dalle premesse di quel libro. Ma tutto è finito ed ha un termine nel mondo; ed anche il numero delle premesse contenute in quel libro e il numero delle conseguenze ch'io potetti ricavarne, fu finito ed ebbe un termine. Mi risolsi alla fine di renderlo a suora Geltrude; e persuasa, ch'io aveva piantato il piede sulla base dello scibile umano, e che qualunque altro libro io avessi letto non poteva altro essere che un corollario del già letto, lo rendetti un dì fra lieta e pensierosa a suora Geltrude, dicendole non so che (tanto ero astratta che non me ne rammento), dond'ella comprese, bench'io ignorassi allora i termini propri, o più tosto indovinò, ch'io m'attendeva e desiderava libri di storie e di viaggi. E ritogliendo il libro, e riaprendo e tirando fuori la cassetta del cassettone, e riponendo il libro nel voto onde fu tolto, benignamente sorridendo mi disse:
Tu non prenderai già altro libro che quello che per fortuna di sito seguita immediate a questo.
E togliendo due bei volumi quasi della forma medesima di quell'altro, porgendomeli mi disse:
Impara, o figliuola, che alla mente umana bisogna aggiugner piombo, non ali.
Ed accommiatandomi, si ritirò in quel suo gabinetto.
LV.
Era dopo pranzo quand'io fui posseditrice di quel libro. M'adagiai sul lettino nel modo consueto; e riposto il secondo volume fra un guanciale e l'altro, apersi il primo. Era la bibbia. Era volgarizzata da non mi rammento chi, in uno stile puro, semplice e grave a un tempo. O quanto mi giovò allora di già conoscere l'Asia, di già conoscere la terra d'Eden! Quanto mi giovò di già conoscere l'Arabia, la Siria, la Palestina e l'Egitto! o Tabor, o Giordano, o Asfaltide, come mi tornò grato e misterioso il vostro già noto nome!
Io aveva creduto insino allora, che l'essere cristiano consistesse nel toccare della mano destra la fronte, lo stomaco ed ambo le spalle con la velocità del fulmine, pronunziando tre nomi, dei quali nessuno non m'aveva insegnato il mistero; nel pronunziare malamente e per sola forza d'abito alcune parole in una lingua ignota; nell'assistere i dì di festa ad alcuni movimenti e ad alcune altre parole in lingua medesimamente ignota che un uomo vestito altrimenti che me diceva in un luogo, il quale non mi s'era mai fatto intendere che cosa veramente significasse; ed a cadere ginocchioni in terra, e darmi di forti picchiate nel petto, quando vedeva che gli altri facevano il somigliante. Avevo creduto che l'essere cristiano consistesse nel raccomandarsi così vagamente, non già solo a un comune signore del cielo e della terra, del quale mai non m'era stato convenevolmente parlato, ma insieme con lui e senza troppo esatta distinzione, a infiniti nomi così di uomini come di donne, ch'io m'era avvezza a considerare quasi altrettante signorie celesti, tutte presso che come quel primo signore onnipossenti. Nè io aveva veduto intorno a me sorgere alcun disparere, che tosto l'uno non si botasse a un santo e l'altro a un altro, aggiungendo insino le minaccie, quasi che quei santi, non altrimenti che gli déi d'Omero, dovessero battagliare fra loro sulle nubi per appagare ciascuno la voglia del suo terrestre cliente. Nè da quegli atti estrinsechi o da quei nomi in fuori, i quali nulla non avevano che fare col mio intelletto, io avrei mai accolto nella mia mente pure un solo pensiero di religione, se guardando intorno a me, e sentendo tutto potentissimo e me nulla, io non mi fossi naturalmente atterrata davanti a una tanta potenza, prestandole, come ad uomo, le mie passioni, e implorandone la pietà nel mio dolore; e se il nome di Maria, che tutti dicevano madre di quest'uomo dio, nè alcuno me ne insegnava il mistero, e della quale tutti mi domandavano ancora figliuola, non mi fosse sonato sempre qualche cosa di materno e di soccorrevole. Nè questo mio atterrarmi era di tenerezza o di pietà, ma di paura. Nè ultimamente fu una sola quella volta, che sentendomi innocentissima e infelicissima a un tempo, io mi volsi ed al figliuolo ed alla madre ed a tutti gli altri nomi di paradiso ch'io aveva mai udito nominare, e che, come di chi m'avesse data contro un'ingiustissima sentenza, io stoltamente li accusai tutti delle mie terribili sventure. E:
Se voi siete onnipossenti, io diceva nel mio rustico senso, e se io non sono rea, come voi dovete sapere, di colpa veruna, qualunque sieno i vostri imperscrutabili fini, qual mestieri avevate del mio dolore? Non potevate intendere ai vostri fini così col mio piacere, come col mio dolore? E se io sono incolpabile, perchè per intendere ai vostri fini avete voluto scegliere per purissima vostra elezione più tosto la via del mio dolore, ch'io non meritava, che quella del mio piacere, ch'io meritava?