Ridotte nella stanzetta, suora Geltrude tolse solo un brodo senza più; e questo mi crebbe malinconia. Quando quella tavolata fu sgombera, pagato il nostro scotto, ci rimettemmo in viaggio; e poi che i giorni correvano velocissimi verso il loro giro più angusto, eravamo appena al Ponte, e già un'ora di notte batteva. Io aveva la mano sinistra di suora Geltrude sempre stretta nella mia destra, e quando fummo al Carmine la sentii fatta assai gelida. E guardandola nel viso alla luce dei fanali e delle lucerne del Mercato, mi parve come s'ella intirizzasse dal freddo. Nè la stagione mi pareva così rigida. Onde tutta me la stringevo al petto, e le domandavo che ella avesse. Ma ella rispondeva sempre che nulla, finchè, giunte all'ospizio, la misi nel letto con la febbre.

Ora qui manca possa alla memoria e all'intelletto di raccontarvi quel che seguì; e s'io avessi dritta la penna in mano per trent'anni, e per trent'anni la possa mancherebbe. Un'ora di poi coricata suora Geltrude delirò, e delirò per ventuno dì; e delirò sempre di Francia, di rivolgimenti, di mannaie, di sommersioni, di carnefici e di capi mozzati, e di nuovi nomi di patiboli e di morti. Le altre suore francesi ricorsero a tutt'i medici italiani o stranieri ch'erano in Napoli, i quali tutti definirono diversamente l'indole della febbre. Fu tenuto dai più sommi fra costoro un gran consulto, e le furono ordinati assai rimedi, che tutti furono adoperati. Io dalla prima sera insino al ventunesimo dì non me le discostai un solo dito dal letto, senza ch'ella mai più mi riconoscesse. E in sull'alba del dì ventitre di novembre, cessatole un istante il delirio, ella mi guardò, mi riconobbe, mi sorrise; e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato.

Tav. III.
... e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come aveva presentito, spirò l'ultimo fiato. — Carte 243.

GINEVRA
o
L'ORFANA DELLA NUNZIATA.


PARTE QUARTA.

Et tu, domine exercituum, probator iusti, qui vides renes et cor, videam, quaeso, ultionem tuam ex eis; tibi enim revelavi causam meam.

Jerem. cap. xx.