E tu, o Dio degli eserciti, provatore del giusto, che vedi le viscere e il cuore, fa ch'io vegga la tua vendetta di loro, perchè in te rimisi la causa mia.
Gerem. xx. 12.
GINEVRA
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L'ORFANA DELLA NUNZIATA.
PARTE QUARTA.
LXII.
Appena io m'accorsi che suora Geltrude non era più, le rialzai il capo dal mio seno e spalancai disperatamente gli occhi miei ne' suoi. Ahi! ma quegli occhi erano ancora aperti e non mi guardavano più! Ahi Dio mio! ma come potetti apparirti degna d'un dolore così sterminato!
Suora Geltrude non morì allora, non è morta, nè morrà mai per me finchè non morrò ancora io. La sua voce, che sola conobbe le vie del mio cuore, mi vi risuona sempre viva e vera; e viva e vera e lampante la sua cara immagine m'è sempre dinanzi, e ora mi siede accanto, ora mi cammina allato, ora mi si stringe al seno, ora mi ragiona del gran bene che mi vuole.
La compagnia che sempre mi tenne dappoi ed ancora mi tiene suora Geltrude, mi fu cagione d'intendere donde venne nelle menti, cui la religione non la rivelò, la prima idea dell'immortalità dell'anima. Perchè così viva e vera ed amorosa ancora e perduta di me qual io la vedo e odo ed ascolto, che altro potrei credere se non quel che veramente credo, cioè, che così com'ella mi amò e mi fu sempre da presso in vita, così ora, dopo morta, il suo spirito ancora non m'abbandoni?
Quella voce e quella immagine m'imposero e mi diedero la forza di svellermi da quel cadavere che non era più lei. Ed appena sveltamene, io riparai nel gabinetto, tediata del sole che non nasceva quel dì per la mia madre.