Quivi non versai già una sola lacrima; ma mi sedetti sopra una sedia d'appoggio che v'era; e con gli occhi asciutti di disperazione, guardai lungamente intorno a me; e qualunque cosa vedevo, la toglievo in mano e la contemplavo lungamente come insensata. Ora prendevo un libro, ora il calamaio, ora la penna, e pensavo ch'erano cose state già toccate lungamente da lei. Ora prendevo un velo, ora un soggólo, ora una pezzuola, e pensavo ch'erano cose state lungamente in sulla sua persona, e le accostava alle mie nari per sentire se odorassero ancora di lei, e poi le accostava alle mie labbra aridissime, e le baciava, ma così rabbiosamente, se mai può dirsi rabbioso il bacio, e senza tenerezza, ma come per una vendetta del destino. E togliendo spessissimo una piccola sperina ch'era sul tavolino, mi vi specchiavo dentro, contemplando, così come stolida, ora i miei capelli tutti scarmigliati per la lunga negligenza, ora il mio volto pallido e smunto per la lunga inedia, ora il livido ch'era di sotto a' miei occhi per la lunga vigilia. Finalmente mi cessò questa specie di stupida convulsione, ed io stetti più ore su quella sedia, immobile e senza pensieri come una statua.
Dopo più ore, ch'io stetti come una statua, il sole, che tramontava, allungò i suoi pallidi raggi nel gabinetto, e mi ferì gli occhi. E quasi destatami da un grave sonno, pendeva da un appiccagnolo di rimpetto a me un piccolo oriuolo da tasca che suora Geltrude aveva sempre al collo e ch'io aveva carico la sera dinanzi, ch'ella viveva ancora; ed io vidi ch'erano le ventidue e mezzo, e mi parve udire nella stanza appresso un gran calpestio e un gran susurro. Ah padre, quell'istante mi ruppe veramente il sonno o più tosto la stupidità che m'aveva aggravata, e compresi che il cadavere era levato. Mi rizzai furiosa per uscire. Ma quella cara immagine mi ritenne, e mi minacciò di sparirmi per sempre s'io rimirava anche un istante quel che non era più lei; ed io ricaddi sulla sedia, e finalmente piansi. Ma quel pianto non mi sollevò, e fu il più disperato pianto della mia vita.
Quando fui bene stanca, ma non già sazia, di piangere, caddi in una fievolezza mortale, che cominciò a rammentarmi quei giorni, ch'io credetti troppo facilmente che non tornassero mai più, dico quei lunghi giorni ch'io non vissi al fianco di suora Geltrude. Io cominciai a sentirmi infelice, non più di quella infelicità comune a tutti gli uomini, ch'è la condizione anzi la conseguenza dell'essere, ed alla quale gli anni, le sciagure e gli studi se non ci accordano almeno ci avvezzano; ma di quella infelicità che par sempre nuova, che non è di tutti, che non è condizione o conseguenza dell'essere, ma è solo di alcuni come martiri, destinati a colmare con l'immensità del loro dolore il gran vuoto della misura che la natura dimanda a tutta la specie umana. Dopo tante letture e tanto pensare, avevo immaginato che le mie opinioni intorno agli uomini ed alle cose dovessero moderare sensibilmente l'amarezza delle sventure. Ma mi accorsi troppo bene del mio inganno. E vidi per prova che le deduzioni della filosofia valgono a consolare delle lievi sventure; ma incontro alle grandi tacciono; o se non tacciono, le aumentano. Perchè il savio, ch'ha la giustizia nel cuore, sente non solo il danno ma l'ingiustizia di esso, e se ne sdegna; ed anche quello sdegno è dolore.
E mentre io d'infelicità in infelicità, e di sdegno in isdegno, m'era condotta con la fantasia alle più remote e incognite regioni del dolore, se nel mondo del dolore v'ha nulla ancora di remoto e d'incognito, mi riscosse dalle mie terribili immaginazioni non già, come il più delle volte incontra, un rumore o una voce volgare, ma un alto e profondissimo silenzio ch'io m'accorsi che mi regnava intorno. Qualche istante di poi battè la mezza notte, ch'io credeva che fosse compieta; e cominciò sensibilmente a turbarmisi il discorso della mente: nè in vero sapevo più s'io era in sogno o desta, che nove ore m'erano apparse qualche minuto.
Mi levai senza troppo intendere per che fare, ed appressai l'orecchio al buco della serratura dell'usciuolo, e tutto era silenzio nella stanza contigua; nè pure vi s'udiva quel non so che di leggermente sospiroso e lamentevole che sempre accompagna il sonno degli uomini, quasi si lagnassero de' mali del dì passato o del vegnente: e compresi che nella stanza non vi dormiva persona. Volsi finalmente, per uscire, la gruccia della serratura a colpo ch'era sull'uscio; e sentii ch'era stato, senza ch'io me n'avvedessi, serrato a chiave di fuori. Mi tornai sulla sedia dove il sole mi sorprese ancora più stolida del dì davanti.
LXIII.
Poco di poi la levata del sole, l'usciuolo fu aperto da que' due uscieri del duca che già sei anni prima m'avevano accompagnata a registrare nel libro de' passati per ruota, a marchiare e poi al convento, ed io maravigliai grandemente l'immortalità dei carnefici. Costoro erano seguíti da un uomo macro e lungo, con un giubbone di seta e un panciotto a falde pendenti, e i calzoni corti insino al ginocchio, e le calze di seta e le scarpe con grandi fibbie d'argento, e tutto nero come una piattola, salvo la goletta con le sue facciuole ch'era bianca, e con una gran parrucca tutta piena d'amido e coduta, nobile somiglianza che l'uomo volle avere al quadrupede. Ed era tale in fine, qual io non avrei mai creduto di dover vedere effettivamente nessun uomo, e quali appresso a poco m'erano apparse certe figurine ch'io aveva viste altra volta, rappresentanti i cortigiani di Luigi decimoquinto di Francia, quando, incanutendosegli e guastando la chioma troppo frescamente, gli comparvero, ultimo esempio di schiavitù, in quella foggia, che assai ben celava la disonestà del capo reale; e tutta Europa e insino America fu coverta di parrucche e di code. A costui seguitavano due altre figure poco differenti da lui, e suora Giustina all'ultimo, in atto assai mesto e dimesso, e come dolente di quello che seguiva; alla quale s'accompagnava un giovane di forse trent'anni, che, solo a vederlo, lo avresti detto avvocato, sì luccicanti occhiali aveva agli occhi, tanto ciarlava, così spiccava le parole e così disonestamente gesteggiava con le mani.
Questi, adunque, era un avvocato, e propriamente l'avvocato salariato a vettura dal duca, e quell'altro un notaio, e quegli altri due, due testimoni. I quali tutti, per ordine del duca, venivano in visita ad apporre i suggelli ed a fare inventari e cose altre delle masserizie state di suora Geltrude, come devolute di legge all'ospizio. E venivano in compagnia di suora Giustina, che, per diritto d'anzianità, era succeduta di fatto a suora Geltrude in quella specie di precedenza nell'alunnato; ma non si trovava d'essere nè tanto benivogliente di me, nè stata nel convento di Regina Coeli educatrice della figliuola del barbassoro.
Quand'io intesi la causa di quella comparsa, non mi calse troppo dell'altre masserizie, che pure avrei desiderate di serbare tutta la vita come si serbano le memorie carissime; ma dei libri non potevo sostenere solamente il pensiero che mi fossero rubati. E sapevo troppo bene che, già assai prima d'infermare, suora Geltrude n'aveva distesa tutta di sua mano una scritta di queste che chiamano testamenti olografi, nel quale dichiarava formalmente che, salvo quel che di legge ricadeva al suo proprio convento di Regina Coeli, il restante e particolarmente i libri, non voleva averli lasciati ad altri che a me. Onde tutta accesa d'uno sdegno che il lungo digiuno rendeva più acerbo, significai a quegli avvoltoi di corte, che suora Geltrude aveva fatta erede me della sua robicciuola, e che del resto poco montava, ma dei libri non volevo lasciar toccare un solo a persona del mondo.
Il notaio fu il primo a sorridere, aggrottando le ciglia in un certo modo, come chi in difesa del forte, fa beffe del debole che troppo presume del suo buon diritto. E invitandomi, fra grave ridente e cortese, ad uscire del gabinetto, e cominciando ad aprire il cassetto della tavola che quivi era, e gli armadi, e ogni altra cosa, frugò e rovistò per tutto, mentre quelle due sue anime dannate notavano quel ch'egli dettava; e finalmente venne fuori il testamento, che il notaio lesse ad alta voce ridendo. L'avvocato, o che così veramente credesse, o che tale fosse l'accordo già innanzi preso, dichiarò che quello era caso da duca; ed essendo già assai ben tardi, gli uscieri corsero a chiamarlo, ed egli venne col codazzo di due segretari, che mi parve che non gli si fosse torto un capello in testa dal dì che la vidi la prima volta, tanto somigliava se stesso.