E poichè il duca fu venuto, tutti gli fecer piazza, ed ei passando ed inclinando il capo in qua e in là, come chi è avvezzo ad essere sempre salutato, s'assise alla sedia d'appoggio nel gabinetto, e in sedendo, gittato così un certo sospiro di soddisfazione di se medesimo, disse:

Signori miei, eccomi qua.

L'avvocato e il notaio gli sedettero incontro sopra due seggiole ch'erano nel gabinetto. Io, che non era mai voluta uscire a malgrado dei replicati inviti del notaio, rimasi confitta in uno de' due estremi cantucci del gabinetto, suora Giustina s'assise quasi sotto l'architrave dell'uscio a un'altra seggiola che si fece portare, e i due segretari, i due testimoni e i due uscieri s'acconciarono come poterono.

L'avvocato, sputato ch'ebbe e nettosi il muso e tutto il volto con una pezzuola bianca assai ben sudicia, distendendo e levando su il braccio destro, e poi, aperta la mano, e congiunto l'indice al pollice, cominciò:

Veneratissimo signor duca governatore, signora badessa, signor notaio, e signori testimoni, e voi tutti signori e signore.

E qui si fece dai principii della scienza delle leggi, e parlò della repubblica di Platone; e quindi discendendo al dritto romano, citò le dodici tavole e gli euremi e i responsi dei giureconsulti, e addusse le pandette, il codice, e le novelle; e fra un mare di latinità divenendo all'età media, allegò Francesco d'Accorso, Cuiacio e Gottifredo; e pervenuto al codice francese, recò le sentenze del Portalis, del Merlin e del Sirey, e concluse: primieramente, che quel testamento era nullo di dritto e di fatto; secondariamente, che la comunità di Regina Coeli non aveva nulla che pretendere dall'ospizio in sull'eredità di suora Geltrude; e in terzo luogo, che le masserizie, i libri e qualunque cosa fosse stata della defunta, s'apparteneva di legge alla Madonna.

Laonde il duca, che già prima d'una cotanto eloquente diceria, era persuaso che così era come l'avvocato diceva, si levò sentenziando che il tutto s'intendeva devoluto alla Madonna; e dato ordine che tutte l'altre masserizie fossero vendute per conto di lei, comandò che i libri fossero stati il dì seguente trasferiti nella sua biblioteca, che n'avrebbe egli tenuta ragione all'ospizio. E tornando via coi segretari, rivoltosi un istante, chiamò a se suora Giustina, e le disse non so che assai pianamente, e quella rispondendogli non so che altro, egli replicò imperiosamente così doversi fare com'egli aveva ordinato. Di poi, continuando il suo cammino, disparve fra un grande strisciare di piedi che faceva egli stesso e che gli era fatto ancora intorno da' due segretari e dagli uscieri. L'avvocato gli corse dietro strisciando anch'egli come un rettile, volendo così somigliare quell'animale all'andatura, come lo somigliava al battere della lingua. Il notaio, fatto prestamente trasportare dalla stanza nel gabinetto e quivi ammonticchiare alla peggio i due cassettoni, il letto, la biancheria e qualunque altra cosa v'era che si fosse appartenuta a suora Geltrude, n'inchiavò l'uscio, e lo sigillò col suo sigillo: e conclusi e raccolti i suoi atti e le sue scritture, fatta riverenza a suora Giustina, n'andò anch'egli con Dio. E così fu ordinato e solennizzato legalmente un furto, non per grandezza ma per qualità, il più infame che sia stato mai commesso sotto il sole.

LXIV.

Io rimasi con suora Giustina nella stanza stata insino allora di suora Geltrude e mia, e guardando intorno, non vidi più il mio letto, nè il mio cassettone, nè verun altro degli arnesi miei. Ma, mentre guardavo, vidi entrare due serventi che portavano il letto e le altre masserizie di suora Giustina, la quale mi disse con assai gravità:

Ginevrina, al duca è parso assai inconveniente che voi foste a dormire voi sola qui meco, e dice d'averlo consentito a suora Geltrude, buona memoria, per non turbarle gli estremi giorni della vecchiezza contrariandola in questo suo capriccio. Però sono stata costretta a porvi nel posto che vi spetta, dove sarete subito condotta.