E volta ai due serventi, accennò loro di condurmi al mio posto.

Io, abbassando gli occhi senza guardarla, mi messi a seguitare i serventi, che conducendomi per tutto il grandissimo camerone, quando furono presso all'uscio, si rivolsero e mi mostrarono l'ultimo letto, e s'andarono con Dio. Io m'accostai al letto, e riconobbi la mia biancheria e il mio cassettone, ma il letto era stato cambiato. Tirai fuori le cassette del cassettone; e vidi che mi mancava i tre quarti della mia robicciuola, acciocchè, come mi disse la mia vicina di letto non punto richiestane da me, non si vedesse più lo scandalo di una sola fra loro tanto meglio di tutte l'altre parata e addobbata.

Quel camerone era similissimo a quell'altro che gli è giusto di sopra, all'altro piano, e che si chiama la sala grande; la quale, se vi rammenta, io aveva abitata in compagnia delle balie quando fui rimessa nella buca dalla donna di Santa Anastasia. Era larghissimo ed era altissimo, e nondimeno la sua larghezza e la sua altezza erano un nulla alla sua sterminata lunghezza. Tutta l'aria e tutta la luce gli veniva da due smisuratissimi finestroni ch'erano alle due estremità della sua lunghezza; dei quali l'uno dava nella via della Nunziata, e l'altro, ch'era volto a tramontana, nella via dell'Egiziaca, parallela alla via della Nunziata; e sapete quanto queste due vie sono distanti fra loro. Erano tutti a piccoli vetri assai sudici; le invetriate quasi mai non s'aprivano, e di luce non entrava quasi nulla. In vece di luce entrava aria notte e dì, ed appena spirava un'aura, tutte le coltri dei nostri lettini parevano vele di bastimenti, e restavamo tutte scoperte. E se qualche diavolo zoppo avesse alcuna notte sollevato il palco di quel camerone a qualche novello don Cleofas, i costui occhi avrebbero vedute assai delle forme non dispregevoli. Il grand'uscio di sala era prossimo al finestrone che rispondeva sulla via dell'Egiziaca, ed il mio letto, ch'era presso all'uscio, godeva a un tempo del vento di tramontana dalla parte del finestrone, e del vento di maestro dalla parte dell'uscio.

Così fui trattata io ventiquattr'ore dopo che suora Geltrude m'era spirata nel seno; e così fui consolata del più terribile dolore ch'io avessi a' giorni miei. Senza suora Geltrude, senza la mia stanza, senza la mia robicciuola, mia propria da più anni, e, quel che più di qualunque altra cosa m'era intollerabile, senza i miei libri. Lacrime non ebbi luogo di versarne, perchè la morte di suora Geltrude mi destò nel cuore un odio implacabile contro lo scellerato ordinamento delle cose di questo mondo, ch'io andava chiamando fortuna e fato e destino; e l'amarezza, anzi il furore di questo sentimento uccisero nel mio cuore ogni avanzo di quel non so che di tenero che solo vale a risolvere in lacrime la durezza del dolore. Tutto dì ravvolta fra quella plebe ancora invidiosa, se non più della mia fortuna, certo del mio essere da più di loro, io lavorava di malissima voglia, e le molte ore ch'ero avezza di passare nella beatitudine della lettura, le passavo assisa sul mio letticciuolo, morta del freddo, guardando i vetri del finestrone, e le mie mani, e i miei piedi; e non potendomi per nulla ancora persuadere che nel mondo si potesse cangiare di tanto in così poco.

Godevano, intanto, del mio atroce supplizio tutte le cento giovani dell'alunnato, alle quali io non aveva fatto nessun male; anzi bene a moltissime, che nelle loro occorrenze mi avevano richiesta della mia intercessione appresso suora Geltrude. Godeva quel bietolone del maestro di lingua francese, che il mio innocentissimo rifiuto aveva offeso. Godeva il prete, che m'avea posto un odio immortale come a rea d'aver conosciuta la sua madornale ignoranza. Ed anche il duca, da molti riscontri che n'ebbi, s'abbassava a godere, per essere stato costretto, sei anni innanzi, per paura che quel barbassoro di corte, da lui vilissimamente adulato, non s'adontasse della sua pertinacia, a farmi quel bene ch'egli non aveva volontà di farmi. E questo è il mondo, e così gli uomini si consolano di quel male altrui che a loro non fa nessun bene.

LXV.

Così passai l'inverno, il più crudo e sconsolato di cui io abbia memoria, e venne l'aprile, o più tosto io lessi nel calendario ch'era venuto. Perchè qual primavera poteva penetrare in quelle volte, o nel mio cuore divenuto un sasso?

Un dì s'era a desinare nel refettorio, dov'era una finestra che rispondeva nella corte. Io sedeva assai ben prossima a questa finestra, le cui vetrate erano entrambe aperte, per essere a quei dì la stagione tiepidissima. All'improvviso fu udito un grandissimo tafferuglio nella corte, vocioni d'uomini, strida acutissime di femmine e un certo romore come di proietti gittati per ogni verso. Per il che, levatesi assai di quelle giovani ed io con l'altre, fu corso alla finestra, alla quale una delle prime a farsi fui io, per l'impeto naturale dell'indole mia, e perchè v'ero più da presso. Come più tosto ebbi sporto il capo fuori, vidi, con mia grande ammirazione, quasi tutte le furie del convento aver fatta come una specie di sortita nella corte, e fra urli spaventevoli avere assaltato il duca, mentre era per montare in carrozza, chi con seggiole, chi con trespoli e chi con predelle, chi con tegami, chi con pani, e le più con zoccoli di legno grandissimi che avevano ai piedi; e i donzelli e gli altri straordinari del duca fare ogni loro estrema prova per difenderlo, ed essere nondimeno conciati assai male; ed esso duca, tutto pesto e rotto, essere senza pettine carminato in tal guisa, ch'era una pietà a vederlo. Ma io non mi fui appena affacciata, ch'io ebbi, per così dire, a sostenere tutto l'alunnato addosso. Perchè la stessa curiosità, passione furiosissima delle donne, che aveva spinto me ad affacciarmi, spinse anche le altre tutte a precipitarsi sopra di me per guardare nella corte. Ed essendo a caso sulla finestra un monte di piattelli tutti brodolosi ancora della nostra vivanda, i quali, affacciandomi, io aveva ben posto mente di non rovesciare, pure lo spingere e il calcare e il pigiare di quella frotta fu tale, che finalmente io non mi potei tener più sui miei gomiti, ed accasciandomi sotto l'enorme peso, i piattelli si rovesciarono, e la più parte, tombolando dalla finestra giù nella corte, vennero a cadere ed a rompersi propriamente, che pare un miracolo a dirlo, sul parrucchino del duca, che tutto imbrodolato si volse verso su e ne giurò memorabile vendetta.

Alla fine venne una mano di gendarmi, che a furia di colpi di baionette respinsero, non senza sangue, nel convento quel popolo di furibonde, e il duca, ficcato finalmente, come potette il meglio, il suo capo nello sportello della carrozza, ebbe di buone spinte in sul groppone dai suoi donzelli, che, cacciatolo dentro, chiusero lo sportello. Il cocchiere toccò i cavalli e la carrozza disparve; e noi, dal soverchio reprimerci, già quasi divenute splenetiche, tornammo a mensa alle nostre frutte, non senza dare finalmente, in compagnia delle nostre medesime maestre, un qualche sfogo di riso alle nostre oppresse milze.

LXVI.