Ristrette, dunque, in così anguste prigioni, quelle meschine giovani si può dire che non hanno luogo nè per dormire nè per lavorare. I telai e tutti gl'istrumenti dell'arti che vi s'esercitano, sono sparsi qua e là per quei corridoi che dovrebbero servire di solo passaggio; e fanno un ingombero e una confusione non più veduta. Nè ci si vede a lavorare, che la luce vi viene a pigione per certi finestroni ferrati distanti fra loro un buon migliaio di palmi. Nelle sale ove si dovrebbe lavorare, in vece vi si dorme, e vi sono i letti così fondi, che meglio sarebbe a unirli tutti e dormirvi su stipate alla foggia groenlandese. Questi letti, che potrebbero dirsi incoati, consistono in un muricciuolo a foggia di sedile che corre intorno intorno al muro, e sopra questo ciascuna appoggia la notte due piccole assicelle, sostenute dappiedi da un piccolo trespolo anche di legno, e sopra quelle adatta un sacconcello con entro un poco di paglia, e un lenzuolo che Dio vel dica, e, secondo la stagione, una coperta di lana o di tela grossissima; e quivi s'adagia e dorme, rotta dalla fatica e dalla fame; che tutto dì e fieramente vi si lavora, e una minestra con un lieve vestigio di lardo a mezzodì, e una la sera, e non molto pane, sono il nutrimento ordinario. Vero è che due dì la settimana vi s'ode ragionare di carne, che poi a mensa a mala pena n'è alcun sospetto. E queste erano le cagioni vere per le quali madama era sorda, inesorabile a chiunque più la scongiurava di lasciargli vedere quelle sale e que' corridoi, e non la temenza che la pudicizia delle giovanette ne potesse essere offesa, che dalla gente educata non poteva.

Menate da una di quelle suore in una sala meno ingombera dell'altre, quivi ci allogammo alla meglio le mie compagne ed io; e cominciammo a condurvi la vita che ho detta dianzi, a me inusitata e durissima, ma a quelle fra le mie compagne della Nunziata, che non erano delle suore, assai più portabile di quella che menavano nel convento.

LXIX.

Le finestre di quella sala, tutte ingraticolate di ferro, rispondevano sull'ampissima pianta della chiesa dalle cinque navi, che mai non fu terminata. Ora si vedono solo i vestigi delle mura già cominciate a innalzare, e nella piazza che vi rimane in mezzo a scoperto vanno i bambini ed anche i giovani dell'ospizio a baloccarsi un poco i dì di festa, ed a prendere, chi in un modo e chi in un altro, alcun breve ristoro alle crude fatiche durate in tutta la settimana. All'ora medesima che quelli si ricreano giù, le donzelle sogliono farsi alle finestre, e sporgendo, come possono meglio, il capo fra le ferrate, precipitarsi fuori di se medesime e andar cercando, fra quei giovanetti, le misteriose larve della loro fantasia.

Non per cercare veruna larva, ma per inghiottire una qualche boccata d'aria incorrotta, e dare una fuga più rapida ai miei sospiri, io mi faceva talora a quelle finestre. Un dì, era la Pentecoste, e tutte le giovani, raffazzonate alla meglio, ebbero licenza, come era solito nelle grandi solennità, di potere, scortate da assai serventi dell'ospizio, andare il dopo pranzo a spasso nel vicino Orto Botanico. Io parte era e parte, più di quello ch'era, mi finsi malata, per il desiderio infinito ch'avevo di vedermi un qualche istante sola, che diventa una furiosa necessità in chi è sforzato di vivere sempre in branco come le pecore, e per l'odio implacabile che ebbi sempre a quelle maniere di berlina; che mai alla vita mia non misi con le mie compagne il capo fuori della Nunziata o dell'Albergo de' Poveri, ch'io, comunque gli occhi miei non si schiodassero mai dalla terra, non sentissi susurrarmi intorno i nomi di bastarde e di serragliuole. E veramente Iddio, nella sua infinita pietà, potea scagliare una saetta di misericordia ed incenerirmi l'istante stesso ch'io bevvi il primo cielo.

Io mi rimasi, adunque, sola in quella mia gran sala ove dormivo, e volti gli occhi al cielo, e benedetto di quell'istante che mi concedeva, cominciai da prima, tutta libera e sciolta, a piangere ed a sospirare come più mi piacque. E sentendomi un poco più scarica dell'angoscia che tutto dì mi strozzava, mi feci alla finestra, e ficcando, come potevo, il capo nei vani di quegli spietatissimi ferri, guardavo, quando dall'un lato e quando dall'altro, il cielo ch'era purissimo quel dì, e più e più sospiravo; e quella serenità e quell'aura vitale addolcirono le mie lacrime per modo, ch'io, non sapendo io stessa perchè, cominciai a piangere, non più di dolore, ma di tenerezza e, direi quasi, di piacere. Stanca alla fine di tener il capo levato a riguardare il cielo, l'inclinai spensieratamente verso la terra, e, fra le migliaia di giovani che quivi si sollazzavano, fermai gli occhi a caso sopra uno che, in disparte dagli altri e sdraiato sur un sedile di pietra viva, avea del braccio sinistro fatto sgabello al capo, ed ora avea gli occhi fissi nel cielo, ora come per lassitudine li chiudeva. E dopo un istante di stupore, come chi sentendosi sciogliere da un lungo sonno, apre gli occhi negli occhi della cara persona che ne lo sciolse, riconobbi in quel bellissimo giovane il mio garzonetto di santa Sofia.

LXX.

L'ultimo pensiero ch'io ebbi di lui fu quel dì che, levatami di quella cameretta da mezza scala, suora Geltrude mi condusse all'aperto in quella loggia ond'io imparai la prima volta, che perchè gli uomini sieno quaggiù così vili e traditori, non però il cielo nasconde loro, come dovrebbe, le sue bellezze: delle quali, ultima sua ingiustizia, sorride così allo scellerato come all'innocente. Poi l'amore e ogni altro sentimento giovanile naufragò nell'orribile oceano delle mie sventure; e quando cominciai a vivere al fianco di suora Geltrude, i suoi ammaestramenti e le mie letture m'indussero pensieri al tutto canuti. E se talvolta mi si affacciavano alla mente i desiderii della prima età, erano come un battello che fende l'onda tranquilla d'un lago, la quale fra un istante ritorna alla sua usata tranquillità.

Quand'io riconobbi quel giovane a' suoi crespi e biondi capelli, a' suoi occhi, a tutte le sue nobili e malinconiche sembianze, io sentii in tutta me stessa un turbamento d'una natura insolita, che non somigliava nessuno dei mille e mille di cui tutta la vita mia era una crudele e incredibile storia. Egli non mi vide, e la sala fu quasi in quel momento stesso inondata da un pelago di quelle giovani. L'aria cominciò a imbrunire, le finestre si chiusero; ed io tornai agli uffici della vita consueta, gelate le mani e il volto, tremante, palpitante, ma certissima che in breve sarei tornata al mio tristo ed ordinario riposo.

Sonò l'ora della cena, ed io, giudicando quel turbamento dover esser causato in gran parte dall'inedia, n'andai più volonterosa che mai al refettorio, per pigliare alcun ristoro da quella minestra, che benchè rea e poco appetitiva, la necessità della natura mi faceva mattina e sera trangugiare senza troppo ribrezzo. Ma quando fui a mensa, e la minestra venne, io avrei bevuto più tosto il veleno che solo una cucchiaiata di quella; e così debole e tremante come v'era venuta, così me ne tornai nella mia sala, che proprio le ginocchia e le braccia non mi reggevano ad assettarmi il letto, che ogni sera bisognava ricostruirlo, perchè la mattina, per isgomberare un poco l'angustia delle sale, assi, trespoli e paglioni, tutto s'acconciava di traverso sul muricciuolo.