Quando fui a letto, di dormire fu niente. Era maggio, ed ogni maniera d'insetti formicolavano in quelle sale; ed io, benchè avessi agevolmente impetrato da madama di non cacciarmi indosso certe gonnelle d'un fiero capecchio ed altri non dissimili arnesi che lo splendido ospizio somministra altrui, e benchè avessi presa gran cura che il pagliericcio fosse nuovo, non però potevo con tutta la mia superstiziosa nettezza fuggire il sudiciume universale, ch'è inutile ogni nettezza a chi vive nel brago fra i porci. Io era sempre in battaglia con le brutture e con gl'insetti, senza nulla potere contro la vittoriosa corruzione; e senza giovare nulla a me, davo da ridere di molto all'universale. Ma satolla, se non di pane, certo di dolore, di fatica e di fievolezza, non m'era ancora seguíto la notte nè di non dormire, nè d'accorgermi pure di alcun insetto. Quella notte io n'ebbi o mi parve averne addosso i milioni, dando ora di qua ora di là le più smaniose volte, e non trovando mai luogo: ad ogni ora sospirando, perchè ad ogni ora mi parve di affogare dall'oppressione; ed invocando ad ogni ora la luce, che mi pareva tanto lontana, che quasi estimavo impossibile di mai più rivederla.

L'immagine di quel bel giovane, che tutte le volte che mi veniva fatto di velare un cotal poco gli occhi, tornava come a viva forza a svelarmeli, e la troppo nuova stranezza del sempre crescente turbamento ch'io sentiva in me, cominciarono ad indurmi nell'animo alcun sospetto ch'io non fossi, a mio malgrado, infetta d'un sentimento ch'io non aveva nè la volontà nè il coraggio di confessare a me stessa. Ma l'orgoglio in che io era salita di me medesima dopo il mio tanto studiare, dopo l'essere stata, per così dire, iniziata da suora Geltrude nei più alti misteri della società degli uomini, e del mondo, fulminò, annullò in sul nascere quel sospetto; perchè io mi teneva troppo da più che da poter essere vinta da un sentimento d'amore, troppo da più che da poter mai allogare l'amor mio in chi di molto non mi fosse superiore: nè l'essermi superiore mi parea già cosa facile, perchè avvezza sempre a vivere fra gente sciocca, scellerata e vigliacca, io non concedeva fra me stessa a nessuno nè il mio ingegno, nè la nobiltà del mio sentire, nè quelle congiunture che mi avevano levata tanto al di sopra di me stessa. E nè pure volevo conceder tanto al mio garzoncello mendico.

Sonò finalmente la sveglia e riapparve la luce, ed io mi precipitai dal letto come si precipitò dall'apparecchiato rogo colui che, condannato alle fiamme, sentì gridarsi grazia intorno; e racconcio il letto nella solita guisa, mi messi, sperandone l'usata quiete, al lavorío. Ma la mano negava l'ufficio consueto, ed io era ad ogni istante da me stessa soprappresa, che fissi gli occhi nella parete che m'era al dirimpetto, vi dipingeva con essi ora i capelli, ora la fronte, ora tutto il capo appoggiato sul gomito, di quel mio giovane. A mezzodì presi tre sole delle cucchiaiate della minestra, la sera non ne assaggiai gocciolo; l'angoscia, il tremore, il palpito, lo stupore mi s'andarono sempre crescendo; lavorare non potetti mai in tutto quel dì; la notte vegnente la passai due cotanti più fiera ed affannosa dell'altra: e dopo una lunga ma vana resistenza, prima al fatto e poi al riconoscimento di esso, mi accorsi alla fine, e mi palesai a me stessa, ch'io era disperatamente innamorata, perduta, impazzata di quel mio primo amore, e che nè allora ne mai, v'avrebbe avuto più luogo la ragione.

LXXI.

Io aveva udito dire a suora Geltrude, che, non altrimenti che chi è morso da un cane rabbioso, ha sempre un punto in cui, o tagliando o bruciando, può troncare il corso al feroce veleno, che se serpe una volta nel sangue, ogni speranza di salute è indarno; che così, bevuto il veleno d'amore negli occhi di alcun giovane periglioso, una fanciulla ha sempre un qualche istante da spegnere quel veleno in sullo scoppio: ma che s'ella lascia fuggire quell'istante, e il veleno le s'innesta un tratto, ogni altro argomento è vano, e l'è forza soggiacere alla fatale possanza. Nell'alba funesta in cui io mi sentii vinta da una possanza tanto più forte di me, io imparai per la prima volta che suora Geltrude poteva talora non aver inteso tutto l'incomprensibile vero delle varietà, anzi delle contraddizioni, de' cuori umani. Che certo quel veleno stesso, che così sempre mi gioverà nominarlo, che molte altre fanciulle e suora Geltrude medesima, alla mia età, avrebbe trovato in lei e l'istante e la forza di spegnere, ebbe, dopo un breve conflitto, piena e sanguinosa vittoria di me; e sa Iddio solo s'io volli combatterlo, e s'io lo combattetti veramente di tutta mia possa.

Io non vi toccherò i luoghi topici di primo amore riacceso, di segni d'antica fiamma e somiglianti, perchè non ha luogo veruno la topica nell'incomprensibile tremenda cecità ond'io fui vinta, guasta, corrotta, ammaliata; acciocchè morta di corpo e morta per questo mondo, morissi anche di spirito e morissi anche per il mondo di là; se già la vostra santa assoluzione non mi ridoni la grazia di poter rivivere nel mio Creatore. Solo vi dirò, che per essermi a me stessa chiarita vinta, non cessai mai di combattere. Non mi feci mai più a quelle finestre, non mirai mai più nè pure quel cielo onde avevo inchinati sì infelicemente gli occhi sul giovane fatale; e quelle sembianze mi si accendevano ogni dì, ogni ora, ogni istante più vive nella rovente fantasia. Mi cavavo ad ogn'istante dal seno un carissimo e mai sempre da me adorato e baciato e lacrimato ritratto di suora Geltrude, ne invocavo in tutti i momenti l'ombra adorata: e quell'ombra, che pur insino allora non m'aveva abbandonata, allora fuggiva ostinatamente da me come fastidita di una mia sì grande e si inaspettata mutazione. Mi volsi a Gesù, e ne implorai genuflessa l'aiuto in tanta mia occorrenza; e Gesù non degnò d'esaudire la mia preghiera.

Tutte le suore, e madama, e universalmente tutte le settecento giovani donne dell'Albergo, delle quali io era stata insino a quel punto la maraviglia e l'edificazione, cominciarono, vedendomi divenuta sì pigra e stordita, a fare continue beffe di me ed a darmi gli epiteti più villani e vituperosi. L'una minaccia incalzava l'altra di pormi in disparte in una scura prigione per pena debita alla mia quanto più insolita tanto più notata e importabile sciaguraggine. Ed io, che m'ero insino a quel momento pasciuta d'un fierissimo disprezzo per chiunque m'era d'intorno e per l'universo intero, e vendica così in gran parte del mio destino, ora vedendomi avuta a vile e dispregiata dalla prima insino all'ultima dolorosa femminetta dell'ospizio, non solo non ne prendevo lo sdegno che avrei dovuto e la forza di sollevarmi contro a me stessa e vincere una così nuova vergogna, ma al tutto dimentica di me, quasi come a cosa meritata, mi vi conformavo.

Finalmente, per recarvi le molte parole ad una, il giovane non s'era per anche accorto di me, ed io n'era già fuori del senno.

LXXII.

Veniva a fare le lustre d'insegnar leggere alle più provette fra quelle giovani un prete calabrese di forse cinquant'anni, ma di soda e robusta complessione, e domandavasi don Serafino; nè di serafico aveva altro che il nome. Il quale, per essersi nutrito e riparato gran tempo in casa non so qual eccelso barbassoro della reggia, aveva avuto non so che carico nell'ospizio, e per la ragione detta dianzi temuto e però amato e venerato dal governatore, n'era stato, novello don Ignazio, eletto a maestro delle fanciulle, non ad altra cagione, se non se acciocchè gliene venisse a crescere il salario. Costui, quantunque rozzo ed ignorantissimo, non era però tanto insensato, che non sentisse una gran noia di farsi ogni dì ripetere l'abbiccì da quelle milense: e nondimeno, per il bene della scarsella, comunque a malincuore, vi s'adattava. Un dì, abbattutosi a caso a ragionar meco, era rimasto stupefatto di aver trovata colà dentro chi sapesse tanto più di lui: che di ciò gli fu troppo agevole d'avvedersi. Egli dunque, o per alleviarsi la cotidiana noia che l'attendeva, com'io credetti veramente, o per non so qual altro disegno m'avesse fatto addosso, quasi ogni dì non cercava che me, non ragionava che con me, e della lezione e di tutte l'altre fanciulle faceva come di cose che per verun modo non gli appartenessero.