Ma già vaneggiavo. Voi mi dite sempre che l'anima mia, non questo corpo fragile e macerato, dovrà fra poco comparire al cospetto di Dio. L'anima passata per la tempera della morte, sanata e fortificata dalla vostra assoluzione, trasparente innanzi all'occhio del suo Creatore, sarà sciolta da ogni infermità umana.

Padre mio, io già credo tutto quello che voi mi dite. Ma com'è possibile che una povera donna, quale io sono, senza ingegno, senza lettere, possa comprendere uno stato così diverso dal presente? Io non ve lo nego, padre mio: per quanto io mi sforzi, sempre mi rappresento Iddio come un uomo, maestoso, tremendo, divino ancora quanto la mia fantasia può immaginarlo: ma sempre come un uomo. Concepirlo in ispirito e sciolto dalle forme umane, io non posso. Così dell'anima mia non so immaginare uno stato che non somigli il presente. Se ora tremo, se ora piango, o più tosto vorrei piangere e non posso... tutto questo sparirà... ed io allora che sarò?... proverò dolore o gioia?... Ah! purchè io non senta dolore, della gioia non mi curo. Ma se anche nell'altra vita si soffrisse!... O Dio... se anche nell'altra vita si soffre, io ti domando il mio totale annullamento... o se questa è bestemmia, e tu dà fine al mio dolore. Tu sei infinitamente buono: potrai consentire che la tua creatura soffra in eterno?...

Padre mio, questi estremi giorni della mia vita si annegano in un mare troppo tempestoso e troppo buio di dubbi e di spaventi.

Perdonate la confusione delle mie parole. Voi mi avete imposto di scrivervi filo per filo la mia vita, perchè in voce io non so seguitarne l'ordine e confondo me e voi stesso. Ed io, anche scrivendo, comincio già dal principio a confondermi. Ma voglio farmi la maggior forza ch'io posso. Spero che Iddio mi concederà tanta lena... tanta mente. Ah padre! s'io giungo al termine, e voi non mi assolvete, chi altro assolverete sulla terra?

GINEVRA
o
L'ORFANA DELLA NUNZIATA.


PARTE PRIMA.

I.

Io non so nel seno di qual donna, nè per saziare le voglie di qual uomo, io fui concepita. Non so chi, levatami dal sacro fonte, mi battezzò nel nome di Ginevra. Non conobbi mai colei che mi nutrì col suo latte, nè mi sovviene di nessun volto umano che abbia sorriso alla mia infanzia.

La mia prima memoria è l'aver rotto la tenera fronte allo spigolo d'una tavola di marmo, ch'era nel mezzo d'un lugubre corridoio della Casa della Nunziata. Questo mi avvenne per un calcio che mi scagliò una di quelle furie che quivi si chiamano nutrici, della quale mi si è dileguata ogni sembianza. Questa memoria è come un lampo, che mi traluce talvolta alla fantasia e sparisce. Poi tutto è buio: e solo mi sovviene ch'io piangeva molto, abbandonata quasi ignuda sul freddo pavimento, ch'io bagnava delle mie lacrime: ma le cause del mio dolore mi sono fuggite.