Giunse finalmente questa aspettatissima sera, e venne il prete in sulla mezza notte, e porgendomi un bel vestito da marinaio, mi ammonì, tutto pieno di modestia, che, a meglio nascondere la mia fuga, bisognava lasciare l'abito mio femminile, e vestirmi quell'altro; e per discrezione richiuso l'uscio della stanza, si messe ad attendere nell'altra ch'io mi fossi travestita. Il che io non l'ebbi appena avvertito d'avere fatto, che, presami per la mano, mi condusse via dalla sua casetta per iscale e corridoi tenebrosi e strani, e su pe' rottami della fabbrica intermessa uscimmo a una via deserta che pareva campagna, e quindi per mille viottoli e mille rigiri riuscimmo alla via Carbonara, che il gran buio ch'era quella notte non mi tolse di conoscere, e finalmente ai gradini de' Santi Apostoli ci appressammo a un uscio, ove il prete picchiando e l'uscio s'aperse.

Quivi, saliti pochi e rotti scalini, io non ebbi il tempo nè di stupire nè di tremare di vedermi in uno di questi ricettacoli di gente di mal affare, non già fra le braccia di Paolo, ma fra quelle del prete, che, furibondo ormai della più spietata libidine, assaltatami come orso famelico, e stracciatimi violentemente gli abiti di dosso, e tutta strettami a se coll'un braccio, si cavò con l'altro un pugnale dal seno, e punzecchiandomi con quello la gola, tanto che il sangue veniva giù a goccioli:

Ti colsi finalmente nella mia rete, esclamava mordendosi le labbra, ti colsi, o vil femminetta, che ardisti negare il tuo fiore a me, che sfiorai più vergini che non ho capelli canuti in questo mio capo. Stolta! e tutte più belle di te. Nè credere di parermi bella, ma non voglio che tu sii la sola ch'io abbia desiderato in vano.

E tenendomi tuttavia il pugnale nella gola, e punzecchiando ognora più forte, io credo che già quasi m'avrebbe scannata, se avesse creduto così bene potersi saziare la sua sete nel mio cadavere, come nel mio corpo vivo.

Quegli atti e quelle parole mi rendettero quel senno ch'io aveva perduto da troppo più tempo che non mi sarebbe bisognato. E inteso il tutto, nè mi sentendo più la vil fanticella di donna Mariantonia, nè vedendo altra via di salute che il non isperarne alcuna, di subito mi risolsi di vendere cara la vita mia. Onde, fatto uno sforzo disperato, e sciogliendomi furiosamente dalle braccia del prete, gli menai, quasi allo stesso tratto, due pugni, quanto potetti più fieri, in quel visaccio. Ed afferratagli con ambe le mie la mano in che egli aveva il pugnale, che già mi menava per la gola, aggravandomi di tutta la persona, come per uccidere me e lui di un sol colpo, diedi una così violenta strappata, che, non so io stessa come, ma il pugnale fu mio. Il quale stretto fortissimo nella destra, mentre, senza dargli un sol attimo di tempo, me gli scagliavo addosso furibonda per ferirlo, ecco mi sento afferrare di dietro e stramazzare in terra da due più robuste braccia, ed, al fosco lume d'una lucerna che quivi era, veggo sopra di me il più brutto e disonesto scherano che mai si possa sognare, con una gran barba folta e nera nel viso, e un naso aquilino che gli scendea sulla bocca, e gli occhi guerci, che messo anch'egli mano a un coltello e strappandomi il mio, mi si cacciò come ginocchioni addosso, premendomi mortalmente il petto e le poppe, ed accennandomi, e pungendomi col coltello, acciocchè io mi chetassi. E poich'io non mi chetava, anzi metteva le più spaventose strida che mai, sopravvenne una vecchia, ch'io non so donde s'uscisse, che mi cacciò, con maravigliosa destrezza e celerità, cenci e capecchio in bocca e per la gola, ch'io allora allora n'affogava. I piedi soli m'avanzavano liberi; coi quali a calci disperatissimi io mi difendeva ancora dal prete, che mi s'avventava addosso sempre più cupido e villano. Ma finalmente comparve un altro assassino, assai più robusto e bieco del primo, che afferratami per i due piedi e tenendomeli conficcati in terra con quelle sue mani di ferro, volto al prete, gli disse freddamente:

Ora vostra riverenza può fare a suo grand'agio.

LXXV.

Poichè il prete ebbe attutata in quel mio morto corpo la sua rabbia bestiale, nè la terra s'apri, nè io invocai mai più l'aiuto celeste in nessun'altra delle mie sventure. All'orribile ritorno de' miei sentimenti, che l'ultime parole di quell'assassino m'avevano al tutto vinti, io vidi e lui e l'altro che tenendomi sempre inchiodata in terra, pendevano a capo rilevato dalla bocca del prete; il quale, tutta rassettandosi la persona, ragionava loro assai tranquillamente, che a voler avere mercede e sicurezza intera, bisognava che m'uccidessero senz'altro. E quelli pur dubitando alcun poco, non già per pietà, ma per paura, non si sapendo in che modo potersi liberare del mio cadavere ch'altri non lo scoprisse, il prete ridendo della loro semplicità, diceva:

O come? non avete voi quella cantina qui sotto, ch'è proprio il fatto nostro? Sapete come n'è tenero e smosso lo spazzo. Vi scaveremo una fossicella della sua misura, che vedete ch'è piccolina, io intonerò sommessamente il vade in pace; e l'anima sua e le nostre ne saran tutte salve.

E così sia: