Vedete com'è bella! vedete com'è bella! esclamò proverbiandomi rivolto a quei feroci; vedete come m'è venuta bella innanzi, con que' crini rabbuffati, e quegli abiti d'arlecchino tinti in rosso! Mi vorreste insegnare a me simili sorta di bagasce? Ora vedete mo com'è bella! Mettetela in mezzo agli sbirri e menatela alla prefettura! Alla prefettura in mezzo agli sbirri!
E così continuava a gridare come uomo ebbro o deliro, non guardando più nessuno, ma volgendosi intorno intorno come un energumeno, e mettendo ormai fuori non più parole intelligibili, ma certi urli confusi, fra i quali si distinguevano solo le voci: sbirri e prefettura. Finalmente i feroci, guatatisi così un poco fra loro, e visto ch'essi medesimi erano quegli sbirri in mezzo ai quali il furente baccalare aveva loro ingiunto di pormi, mi condussero via che ancora per le scale e nella corte s'udiva di lontano quel bocione, che rimbombava tuttavia: prefettura e sbirri.
Richiusa nella bussola e condotta alla prefettura, quivi fui messa, alla presenza di tutta Napoli, in una di queste carceri, come ora si direbbe, provvisorie, e consegnata vita per vita al carceriere. Quivi era un giovane onesto e biondo, di assai trista sembianza e tutto a bruno; il quale era sì stanco e addolorato, che non pose al tutto mente a me quando ci entrai, nè pareva che avesse posto mente a due male femmine che gli civettavano dappresso. Queste, appena mi videro in quell'acconciatura, mi giudicarono una loro onesta compagna, e cominciarono a parlarmi assai compagnevolmente delle cause che le avevano condotte a trovarsi nella mia conversazione. Poco di poi sopraggiunse, accompagnato dal carceriere, un uomo di mezzana statura ed assai male in arnese, di viso assai umile e rimesso, e lasciato dal carceriere, si raccolse quivi in un canto come un povero carcerato. Donde, levati gli occhi verso noi tutti, ma in ispezialtà verso quel giovane, cominciò a raccontarci una sua favola della ragione del suo essere in prigione, ed a domandarci con assai disinvoltura di quella per la quale v'eravamo noi, dicendo il peggior male di tutti gli ufficiali grandi e piccoli della polizia, ed invitandoci a fare il somigliante, con tanto maggior pericolo che altri desse nella pania, quanto egli diceva il vero. Ma le male femmine nè pure intendendo quel ch'egli gracchiava, per risposta gli domandavano se gli facesse mestiere di loro; e il giovane o non badava a udirlo, o udendolo, gli sorrideva di pietà. Nè a me, avvezza a vivere nelle pubbliche comunità, dove le spie abbondano, poteva essere occulta l'arte assai grossolana di quel provocante delatore; e parte avevo ancora io la mente altrove, e non che di rispondergli, non mi curai più d'udirlo.
Sette ore fui tenuta in quel carcere col giovane a bruno, la spia e le due meretrici. Erano, credo, le ventidue, quando venne per me il carceriere e mi condusse su al primo piano in una stanzetta a volta, dov'erano assai ufficiali, tutti per lo più giovanotti azzimati e attillatuzzi, con certi baffini ch'erano una grazia, e che mostravano in istrano innesto come il pelo può talora essere indizio di effeminatezza. Costoro, tutta venutami considerando, già mi guardavano con occhi cupidissimi e investigatori d'ogni mia più deplorabile miseria, quando, sbatacchiato un grand'uscio ch'ivi era, venne fuori quel furioso della mattina, il quale, avvedutosi che quei giovani mi consideravano un poco attentamente, disse loro la più gran villania che mai fosse detta a nessun discolo; e di me, dopo che m'ebbe carica di assai epiteti che la mia modestia non mi consente di ripetere, diede ordine che fossi rimessa fra gli sbirri, e ricondotta nella presenza del governatore al Serraglio.
LXXVII.
Erano, credo, le ventitrè, quando pervenuti in sulla piazza del Serraglio, la bussola a un tratto si fermò. Non sapendo che fosse, vinsi la terribile vergogna ch'avevo di mostrare il mio volto alla luce del dì, e, fatto uno sforzo quasi involontario, apersi lo sportello. Vidi un mare di popolo sulla piazza che s'affollava intorno a non so che ch'era in terra all'ultima estremità dell'edifizio; e per quanto ne richiedessi que' miei feroci, non ne potetti avere una risposta. Solo dalle voci tronche di chi m'andava e veniva accanto, intesi che si trattava d'un avvenimento luttuoso; e pure sporgendo il capo fuori, vidi poco di poi sollevare sur una barella un cadavere non più conoscibile, tanto era sanguinoso e sfracellato, che cadavere al certo pareva, se non che dopo che la barella fu progredita di pochi passi, io vidi ch'era persona vivente che si strappava a gran furia le fasciature ond'era tutta coperta. Finalmente la barella fu portata dentro la grande entrata dell'ospizio, e il popolo a poco a poco si diradò, e la bussola all'ultimo mosse.
I birri fecero montare la bussola insino al vestibolo, e quindi entrare nel corridoio a destra, dove era il governatore. Ma la confusione, i gridi, le piattonate de' gendarmi erano tali, che non si potè rompere per verun modo la calca. Alla fine i birri, consultatisi prima fra loro e poscia con alcuni serventi dell'ospizio che potettero venir loro a mano, mi fecero riportare fuori nel vestibolo, e quindi, sempre in bussola, nell'altra entrata di rimpetto, dove fattosi aprire da quella vecchia custode, e fattami uscire della bussola, mi condussero su al secondo piano nel cospetto di madama, a cui esposero il tutto, aggiungendole, che, nella presente confusione, non potevano altro che consegnarmi a lei, e domandandogliene il contrassegno.
Quando madama mi vide così travestita e così concia, mi disse la più obbrobriosa villania che fosse mai detta a nessuna dolorosa bagascia, e senza volermi pure udire una sola sillaba, comandò ch'io fossi menata nel carcere delle mal vissute; e quivi menata da due di quei miei stessi feroci, fui consegnata alla carceriera, che al volto ed al vestimento, rammentava la badessa del convento della Nunziata.
Io credo che alla prefettura fosse creduto ch'io desinerei poi la sera all'ospizio ed all'ospizio ch'io avessi desinato la mattina alla prefettura; perchè nè nell'un luogo nè nell'altro mi fu punto recato di cibo. Intanto io era digiuna insino dal mezzodì quasi del dì davanti; onde non riapparendo altrimenti per quella notte la mia carceriera, nè pure a rifornire una lucernuzza di terra che m'aveva lasciata e che fu presto spenta, io, tutta sbattuta e stanca e rotta e oscurata nella mia mente da tante e sì incredibili e nuove sciagure, m'adagiai sur un sacconcello che quivi era, e mi messi a dormire, non già di sonno, ma d'una certa cupa stupefazione di cerebro, ch'è sempre conseguenza e medicina a un tempo de' mali estremi, che strascinerebbero, senza quella, infallibilmente al suicidio.
La mattina seguente, insino a poco innanzi il mezzodì, la carceriera nè pure comparve, ed io credetti senza più ch'io fossi stata condannata a perire sepolta viva, come le antiche vestali. Ma io non m'era appena rassegnata con tutta pace a questo pensiero, che la carceriera aprì l'uscio, e m'ingiunse di venire alla presenza di madama. Io le dissi, con voce a fatica intelligibile, ch'erano due dì ch'io non mangiava, e che se non mi desse alcun piccolo conforto di cibo, nulla potrebb'essere del venire a madama. La carceriera, strettasi un poco nelle spalle come di cosa che niente le calesse, all'ultimo andò per un poco di cibo, e tornò con un piattellino dell'usata minestra, ch'io bevetti assai bramosamente; e poco di poi ebbi la forza di levarmi dal saccone, e condurmi insino a dove madama mi voleva.