Per mia somma e inaspettata ventura, madama m'attendeva tutta sola in un suo assai remoto gabinetto, dove appena la carceriera m'ebbe scorta, ebbe ordine di farsi con Dio. Quivi madama, con un viso un poco meno disumano del dì davante, mi domandò tutto il vero del fatto della mia fuga e del prete, promettendomi, s'io non le nascondessi nulla, d'aiutarmi quant'era in lei. Alle quali parole io rompendo in un dirottissimo pianto, me le gettai ginocchioni ai piedi, ed abbracciando le sue ginocchia, le narrai filo per filo e segno per segno tutta la verità dell'accaduto, senza scusare me o aggravare altrui un punto solo oltra il giusto.
Certo io credo che sia invitta volontà di Dio, che il vero trovi per se la via di pervenire al cuore degli uomini; i quali, se lo rigettano o lo soffocano, non è mai in loro buona coscienza. E se non fosse così, qual sarebbe mai l'innocente che non lasciasse assai presto il capo sotto la scure dei calunniatori? Finito l'infame racconto, io non lasciava le sue ginocchia, e tuttavia me le raccomandava. E levando su gli occhi che avevo insino allora tenuti confitti in terra per vergogna, vidi, quel che mai non avrei creduto, che madama aveva versata qualche lacrima. La speranza ch'io ne presi me ne cavò un altro fiume dagli occhi; e madama sollevandomi:
Datevi pace, mi disse, Ginevrina, e serbate ad altro le vostre lacrime. Datevi pace di quel male cui non acconsentiste; che solo nell'acconsentire è la colpa e il disonore. Il resto è opinione pregiudicata degli uomini, e non vi renderà mai nè meno bella, nè meno cara, nè meno stimabile a chi non sia indegno di conoscervi.
Quand'io l'udii parlarmi così, mi parve per un istante udire la voce di suora Geltrude. Tutta riconfortata, e piangendo non più per disperazione, ma, se non per tenerezza, certo per un sentimento assai affine a quella, la scongiurai di farmi arrecare una qualche vesticciuola, acciocchè io mi vedessi un'altra volta nell'abito del mio sesso, e mi levassi finalmente dinanzi agli occhi l'oscenità di quel travestimento. Madama, senza chiamar persona, aveva in quel gabinetto medesimo di che rivestirmi tutta; e me ne fece subito copia. Ed io strappatimi e fatti per la gran rabbia in pezzi quegli scellerati cenci, mi vestii gli abiti dell'ospizio con lo stesso contento, che una novella regina il suo manto reale.
Quando mi vide un poco meno irrequieta, madama mi fece portar da desinare dalla sua propria cucina, e volle che ai molti travagli sofferti io prendessi un qualche ristoro un poco più ragionevole della solita minestra. E tenutami in molti ragionamenti della pazienza ch'è mestieri opporre alle tribolazioni onde Iddio visita forse quegli stessi che un dì saranno suoi eletti e sederanno alla sua destra; e poscia stata un momento sopra di se, come dubitando se le convenisse parlare o tacere, finalmente mi disse:
Ginevrina, voi siete destinata ad avere un terribile dolore, al quale tutti quelli che avete avuti insino a questo dì sono un nulla. E poichè, appena passato il limitare di questo uscio, lo trovereste sulle labbra di chiunque vi si parasse davanti, spero che sulle mie vi riuscirà meno atroce.
Alle quali parole divenuta io tutta bianca nel viso, e gelata le mani e i piedi e le labbra, ella sostenendomi ch'io già mi veniva meno, ma pure risolutasi che il mio peggiore fosse ch'ella tacesse:
Raccogliete, mi disse, tutte le vostre forze, o Ginevrina, e sappiate che il vostro Paolo, ignaro al tutto che voi foste mai stata in questo ospizio, per tedio della vita oramai non è più.
Lo spavento e l'orrore ch'io presi da principio di questa nuova mi ridiedero, chi il crederebbe, gli spiriti già quasi smarriti alle prime parole di madama, e le dissi:
Deh, per pietà, ditemi il tutto.