Dopo pochi dì, non so qual tribunale dichiarò me consenziente al prete, e il prete, i due cagnotti e la ruffiana incolpabili; e come tale don Serafino ritornò alle sue ordinarie lezioni, che, come richiesto a corte, era stato costretto a intermettere. E benchè io me gl'involassi sempre come al più velenoso e mortale serpente, nondimeno mai il demonio non me gli parò davanti, ch'egli sottocchi non sogghignasse.

LXXIX.

In questo mezzo, quelle fra noi altre della Nunziata, che appartenevano alla setta delle suore, s'erano aiutate di questo loro straordinario gastigo a non so qual alto magistrato, allegando che le antiche consuetudini della casa della Nunziata vietavano che mai niuna donzella, passata una volta per quella sacra buca, potesse, per qualunque pretesto o cagione, essere trasferita da quell'ospizio in un altro. Io non so come facessero ad aversi un avvocato di questi che strascinano le altrui querele ai piedi di tutte le dominazioni terrestri e celesti; e finalmente, dopo tre mesi in circa che dimoravamo nel Serraglio, fu mestieri al duca di richiamarci alla Nunziata. Non era ancora valico un mese dal fatto del prete, e un dì venne per noi un ufficiale della Nunziata, con assai uscieri e serventi.

Io fui contentissima di questa novità, perchè l'aspetto de' luoghi ove s'è patito di quelle sventure che non sono belle nè pure dal lido onde ogni tempesta è gradevole, diventa esso medesimo un continuo dolore. Il pensiero di non vedere il prete era la sola letizia che mi potesse avanzare; e rendute, ma non senza lacrime, grazie a madama della protezione materna che m'aveva avuta a quegli ultimi dì, montai meno trista che per l'ordinario in una di quelle solite carrettelle.

Nell'approssimarmi alla Nunziata, fui assalita da un pensiero molesto, non forse il duca, per l'odio speciale che mi portava, avesse ordinato ch'io n'andassi con le altre ventinove nel convento. Ma mi confortava il sapere ch'io sarei il primo esempio d'una giovane tramutata dall'alunnato nel convento, essendo ciò assolutamente vietato dall'instituto del luogo. In effetti non fummo appena smontate dalle carrettelle nella corte, che un usciere, avvicinandosi a me, e domandatami s'io era la Ginevra, al mio primo dir di sì, m'ingiunse di seguitarlo, e mi condusse nell'alunnato.

Quivi suora Giustina, o fosse par una particolare umanità del suo cuore, o che il tempo soglia essere vera spia dell'innocenza, mi accolse come s'accoglie chi torna tutto rotto ed affranto da una pena immeritata, cui lo condusse, non già la colpa, ma la calunnia. Mi fece ridare il mio antico letto, molti degli abiti e degli arnesi statimi tolti come soverchi quando il letto mi fu mutato dalla stanza di suora Geltrude nella gran sala, e benchè non potesse altrove che in quella, mi fece assegnare un posto che non era de' peggiori. Io le diedi per grazie quello che solo m'avanzava, le mie lacrime; e come prima mi fui acconciata nel canto che mi toccò, mi tolsi con impeto senza pari quei pannacci del Serraglio, e mi messi un abito di mussolo bianco, che mi trasse nuove lacrime, per la rimembranza di suora Geltrude che me l'aveva donato.

Così cominciava io a vivermi nell'alunnato, tutta riconfortata di sentirmi come tornata a casa, massime che essendone tutte quelle ventinove cicale ite nella loro malora nel convento, nè essendovi, come già vi dissi, fra il convento e l'alunnato commercio di sorte alcuna, nulla quivi era trapelato delle mie avventure del Serraglio. Ond'io cominciava a godermi l'antica stima di tutte quelle giovani, scema dell'antica invidia, che non ci aveva più luogo, ed a malgrado di tutte le infinite, e quasi non narrabili, sventure che mi erano occorse insino a quel dì, cominciava a provare una certa pace, quale chi, ancorchè diserta e sbattuta dall'onde, pure alla fine si sente nel porto; quando a un tratto me ne trovai le mille miglia lontana, nella più fiera burrasca della mia vita.

A tanti dì del mese io m'accorsi d'una interruzione inaspettata ch'era in me in quel che regolarmente s'appartiene a chi non è incinta; ed ancorchè ne prendessi una impressione terribile, pure v'ha tale sventura così abbominosa, che quanto più ci è dappresso, anzi addosso del tutto, tanto più ce ne stimiamo lontani. Abbenchè già tutta tremante e convulsa e mezza morta, io mi persuasi che quella interruzione fosse causata dalla vita miserabile e stentata ch'avevo tratta al Serraglio, e dalla mancanza del nutrimento; e mi confortava il sovvenirmi che anche in sul bel principio nel convento m'era seguita alcuna delle siffatte novità. Ma l'un giorno incalzava l'altro, e scorse una settimana, e due, e tre, e quattro, e fu compiuto finalmente il secondo mese, senza che Iddio volgesse gli occhi alla sua innocente creatura.

Quando non mi fu più possibile di dubitare del mio incredibile caso, ebbi la prima e sola volta della vita mia una continuazione di furore per più dì, tanto più terribile, quanto io, tutta chiusa in me stessa, in null'altra cosa al mondo che in me stessa non potevo disfogarlo. Ed è mestieri ch'io vi confessi ch'io volli morire, non più di quella vaga e puerile e indótta volontà che già n'aveva avuta a casa il cuoco e nel convento, ma saputamente e d'una volontà ferma e discorsa con tutti i sillogismi della dialettica, che mi mostrarono per mio minor male la morte; e tale, in fine, che se, procacciatomi un coltello e strettomelo al cuore, non ebbi la forza di vibrare, quella fu viltà e ribrezzo di natura, o più tosto temenza di maggiore vergogna, e non già conseguenza della mia fede; nè Iddio me ne deve avere alcun merito.

Intanto io era spesso veduta percuotermi la fronte come invasata da un pensiero disperato; spesso prendere la rincorsa per rompermi le tempie nelle ferrate de' finestroni, ed arrestarmi a un tratto come trattenuta dalla forza medesima che m'aveva spinta. Anche correndo incontro alla morte, io non poteva fare di non sopravvivermi un qualche istante nella mia fantasia; e il pensiero che nel mio cadavere, del quale io era già gelosissima, sarebbe stata scoperta la causa del mio suicidio, e che per morte non potevo già fuggire vergogna, troncava il volo al mio feroce desiderio.