Essendo la dolcezza e la pace dell'indole mia divenuta per sette anni in esempio, anzi in proverbio, di tutto l'alunnato, come sarebbe stato possibile che tutto l'alunnato, e suora Giustina in ispezialtà, non si fosse avveduta d'una mia sì nuova e sì grave mutazione? Suora Giustina ebbe sospetto che fosse quello che era, e cominciò a spiare e considerare tutte le mie faccenduzze, e tutti i miei movimenti, e tutta me stessa. Correva il quinto mese del mio supplizio, e il reprimere gli sforzi del recere ond'ero di quando in quando assalita, e l'andar curva per celare la disonestà del mio ventre, cominciava ad essere indarno, quando un dì suora Giustina, trattami in disparte, mi disse:
Ginevrina, voi m'eravate apparsa finora un fiero peccato della fortuna. Ma sono pochi dì che mi avete costretta di mutar parere. Oramai le vostre sventure m'appaiono quello che sono, le conseguenze inevitabili della vostra inconsiderazione. E la mia coscienza, nè il mio onore, non mi consentono più di francheggiare il vizio apertamente. Io fui tutta ghiaccio iersera quando il duca, fattami chiamare a se, per vari riscontri avuti, mi fece certa di quello ch'io già sospettava del fatto vostro, e che, per mio rossore, avrei dovuto conoscere e prima e meglio di lui. Egli mi rammentò ch'era il primo scandalo di simil fatta che seguiva nell'alunnato, e il tutto per la sua colpevole indulgenza a suora Geltrude; e che, non sapeva per qual vago presentimento del vero, egli aveva preso sempre di voi una sinistra impressione. M'ingiunse alla fine di tramutarvi, il meno scandalosamente che si potesse, di qua nelle sale delle pericolate, nè a voi, ne' termini in cui vi siete condotta, può piacer altro, io credo.
Dove mai troverò più le parole per esprimervi la vergogna, la confusione, i delirii di rossore, ai quali io fui in preda ad ogni ora in questi mostruosi dì della vita mia! Ad ogni parola di suora Giustina io mi sentiva come sepolta sotto le Alpi o i Pirenei; e pure, così sepolta, ebbi la forza di gettarmi a' piedi suoi, e dirle il tutto, e col fulmine invincibile del vero romperle il duro smalto del cuore, e sforzarla alle lacrime. E nondimeno le sue lacrime non mi giovarono, perchè mai le lacrime non vinsero la necessità.
Era quella silenziosa e mistica ora meridiana che già altra volta io consacrai alla religione delle lettere, e tutte quasi le mie compagne dormivano, o davano vista di dormire, quando io, fatto un piccolo fardelletto delle mie più indispensabili masserizie, guidata da suora Giustina, m'involai da quella sala, sicura di mai più non poterla rivedere. Il mio letto era presso all'uscio della stanza ch'io già aveva abitata sette anni in compagnia di suora Geltrude, della Chiara, dell'Eugenia e della Clementina. Un istante prima di muovere il piede, non potetti trattenermi di spingere quell'uscio e guardare dentro. V'era solo il letto di suora Giustina, e nulla più che rammentasse o suora Geltrude, o me, o alcuna delle altre tre giovani. Ma le mura, e il cielo, e le finestre, e l'usciolino del gabinetto eran sempre quelli, e un raggio d'una delle finestre socchiuse dava dappiè del letto di suora Giustina, proprio come di quei dì medesimi aveva dato per più anni sul letto mio, e rischiarati que' miei tanto sudati volumi! Ond'io, versate l'ultime lacrime di vera tenerezza delle quali ho memoria:
Addio, dissi quasi fuori di me, o primo e ultimo albergo della mia innocenza e de' miei piaceri. Chi mi ti tolse? Sette anni che ti fui sposa non t'aveano fatto mio? Questi tuoi muri non olezzano i miei fiati verginali? Perchè non volesti tu accogliere il mio spirito fuggente? Ahi! se quand'egli in breve, puro ed immaculato, quale riposò gran tempo nel tuo grembo, fuggirà da questo corpo che la matrigna natura ha fatto soggetto alla violenza ed alla sozzura umana, se allora gli sarà prescritto dal fato d'aggirarsi alcun altro tempo su questo scellerato pianeta, ancora del tuo grembo, che tu non gli potrai più negare, egli farà asilo alla sua ignuda peregrinazione.
LXXX.
Le sale delle pericolate sono meno spaventose delle grotte che si domandano convento; ma vi si mena la stessa vita. Ivi non è nulla a comune, ma ciascuna pericolata ha le sue quindici once di pane e i suoi cinque grani il dì; e le converse che le reggono, un dì per avventura pericolate anch'esse, vi fanno il solito traffico de' letti, de' lumi, de' lavori e dell'altre cose. Ma la licenza e la lordura de' costumi v'è maggiore, perchè nella via del vizio solo il primo passo è disagevole.
Laonde io non era appena pervenuta nella prima sala, non era appena ritornata dalla ubbriachezza della mia vergogna, che già tutte le quarantadue pericolate ch'allora conversavano colà, mi furono tutte intorno, e una mi dimandava di chi ero gravida, un'altra di quanti mesi, un'altra di altro. E parlavan tutte con una voce così risoluta e sicura, mi guardavano con un viso così schietto e franco, e, direi quasi, casto d'ogni timidezza o pudore femminile, che, se non che ben si pareva tutto insieme, e nella più parte al ventre, ch'eran femmine, più tosto che fra le donzelle della santa Casa della Nunziata, io mi sarei creduta nel caffè al canto di Porta a San Gennaro, fra un viluppo de' più sfrontati fra quei giovanastri.
Oh Dio! come è insopportabile supplizio a un cuore onesto, di sentirsi fra gente disonesta, che in buona coscienza ti creda sua pari. E come io non sarei paruta tale a quelle giovani, tutte naturalmente proclivi a lussuria, s'io portava in me una testimonianza così viva e irrefragabile d'aver mal fatto con un uomo? Raccontare il vero sarebbe stato indarno; perchè nessuna favoletta da vecchiarella sarebbe stata mai meno creduta di quel mio vero. Ond'io, disperata del fatto, dell'opinione, del passato, del presente, dell'avvenire e di tutto l'universo mondo, come più tosto suora Giustina m'ebbe lasciata, mi raccolsi nel cantoncello ove m'avevano allogata, e giurai, che che ne dovesse seguire, di non guardare in viso a nessuna, nè a nessuna parlare, o, domandata, rispondere. Così mi giacqui assai tempo, mezza tra viva e morta, non avendo la forza di disprezzare, nè vivendo, nè morendo, l'opinione degli uomini, cosa in se stessa così essenzialmente disprezzabile.
Correva, intanto, il più crudo e nevoso inverno del quale io abbia memoria alla vita mia, voglio dire l'inverno del trenta; ed io moriva di fame e di freddo in quelle lugubri ghiacciaie, e le naturali angosce della gravidanza mi divennero finalmente una specie di prolungata agonia. Dalla quale se pure avevo tregua di qualche istante, la mostruosa novità de' miei pensieri, che sottentravano inevitabilmente ai dolori materiali, m'era essa medesima in luogo di mille agonie. Io sentiva muovermi il bambino nel seno; e questo primo lampo del sentirsi madre ha un non so che di così involontariamente e, direi quasi, elettricamente allegro, che in su quel principio non v'ha nè può avervi luogo alcuno la riflessione. Ma s'egli è vero, nè v'ha nulla di più vero al mondo, che il dolore è tanto più grande quanto sopravviene più prossimo al piacere, immaginate voi, o padre, che orrendo spasimo mi era a pensare, che quel bambino era figliuolo di don Serafino. Se i dolori che la natura ha frammessi necessariamente al suo corso sono talvolta così insopportabili, immaginate che debbano mai essere quelli che sono al tutto fuori dell'ordine suo, o che, per meglio dire, all'essere dolori aggiungono l'essere mostruosi. E nondimeno nè pure qui s'arrestavano i mali miei.