Io aveva più volte rammentato a Cammillo, che mi pareva tempo ch'egli mi sposasse legittimamente. Nè potevo mai terminare la frase, ch'egli non m'interrompesse, esclamando:
Sì, angelo mio, nessun'altra cosa io desidero tanto al mondo.
Ma con la medesima celerità soggiungeva una qualche ragione che con suo dolore gl'impediva di farlo di presente; ora che bisognava condur l'opera assai destramente, non il curato domandasse alcun contrassegno dell'essere mio; ora ch'era pasqua di ceppo; ora che correva la quaresima; ora che aspettava che fosse mutato il curato della Trinità de' Monti, ch'era la nostra pieve; ora che doveva venirne un novello ambasciatore napoletano, del quale egli era un gran favorito, ed avrebbe potuto fare a fidanza. E mi diceva queste cose con un'aria di viso così franca e dolce ed affettuosa a un tempo, ch'egli non aveva ancora finito di dire, ed io era già amaramente pentita d'avergli fatto oltraggio sospettando.
Così mi lasciai io levare in barca un lungo anno, ignara e nuova della scelleratezza umana così com'era il primo dì che venne per me la donna di Sant'Anastasia. Nè già mi giovarono nè le mie eterne letture, nè la mia propria lunga e dolorosissima e non comune esperienza, nè l'aver sentite sulla gola le punte de' pugnali del prete e de' suoi sicari. Non v'è al mondo propria o aliena esperienza che basti, e troppo nuove vie trovano gli uomini e la fortuna per ingannarci. E pure che l'arte non manchi, così come ogni rocca o debole o forte è espugnabile, così io credo che sia tanto facile d'ingannare il più astuto vecchiardo, quanto il più candido fanciullino.
Intanto io ebbi troppo luogo di notare, ch'ebbero una gran ragione gli antichi, i quali, benchè non illuminati dalla vera religione, a volere che gli affetti fossero incorruttibili ed immortali, li presupposero figliuoli, non di questo corpo fragile e caduco, ma di un'anima, come volevano che quelli fossero, incorruttibile ed immortale. Io cominciai ad accorgermi che in quanto concerneva quel che poteva essere di corporeo fra Cammillo e me, egli non prendeva di me, e, forse, io non prendeva più di lui, la primiera impressione. Ma quel primo affetto ch'io gli aveva posto, forse un poco più ardente che non si sarebbe richiesto a chi tanto era stata già battuta dalla fortuna, s'era convertito in una consuetudine d'amicizia tenerissima, di necessità più che dolce, che quasi mi pareva una cosa più cara ed intemerata ed immortale di quel medesimo primo ardore; e così credetti che fosse stato in lui.
M'ero incinta, in vero, due volte, e due m'ero sconciata in due fanciulli maschi; e la Provvidenza, ch'aveva permesso ch'io conducessi a buon fine il frutto della più scellerata violenza che fosse stata mai fatta, non mi consentì a questa volta ch'io mi vedessi sorridere un figliuoletto dell'amor mio; o forse non ignara del fatto che m'attendeva, degnò d'essere a me ed al fanciulletto pietosa.
Di queste due sconciature io presi un'amarezza non mediocre, non solo perchè, non avendo mai avuta la consolazione di dir madre ad alcuna, avrei bramata almeno quella d'udirmelo dire, ma ancora perchè m'accorsi che Cammillo se n'era, benchè si sforzasse di celarmelo, sdegnato, per quel non so quale orgoglio che menano gli uomini, d'aver avuto figliuoli. Ma finalmente mi confortai di buona speranza: e sentendo che l'amore ch'io gli aveva, e che immaginavo ch'egli m'avesse, bastava a consolarmi di questa amarezza, e giudicando, al solito, dalle mie impressioni le sue, credetti che fosse bastato a consolarne anche lui, e non me ne diedi più pensiero.
XCI.
Costumava il Russo di passare gran parte della bella stagione a un'amenissima villa ch'aveva tolta in fitto, posta proprio in sul lago di Nemi, donde godeva la veduta più incantata che l'immaginativa dell'Ariosto potè mai aver concetta. Quivi conduceva spesso anche noi; ed allora io aveva una gran compassione alla pazzia degli uomini ricchi, che potendo vivere nel paradiso della campagna, consumano il più della vita fra il putrido e pestilenziale fango delle città. Era il maggio, e il Russo non fu veduto più mettere il muso fuori della sua villa, per un gran giocatore che egli era venuto malato di Pietroburgo, col quale egli si dilettava di giocare dì e notte; che sapete che questi barbari giocano il sangue, e non ha guari giocavano la libertà e si rendevano schiavi volontari di chi vinceva loro la partita. Ma non ci ritenne già seco, perchè Cammillo, proprio a quei dì, gli copiava l'Aurora del Guercino nella villa Ludovisi, dopo averne ottenuto a grandissimo stento la permissione: perchè tutta questa marmaglia di barbari o di bottegai forestieri, che quali uccelli di mal augurio, ogni inverno invadono a stormo l'Italia, non si contentano di vedere i monumenti della nostra superiorità a loro, se per rabbia barbarica non rompono statue, non graffiano pitture, non rubano, come si conviene a vecchi ladroni, i codici delle biblioteche; e non so chi di casa Ludovisi aveva santamente ordinato, quello che dovrebbe ordinare ogni signore o governo italiano, che quelle bellezze non si mostrassero che a chi provava o d'essere italiano, o di non odiare, se non l'Italia, cosa impossibile al forestiero, almeno le creanze.
Era per tanto presso che un mese che il Russo non era più in città, quando un dì Cammillo mi tornò a casa un poco più maninconoso ed astratto del solito. E domandandolo io della ragione, egli, stato un poco sopra di se, alla fine mi disse, che, quand'era uscito di casa a buon'ora, aveva scontrato un gaglioffo di Russo che veniva di Nemi, dal quale aveva inteso che il principe, che Dio gli avesse dato il mal dì e il mal anno, mulinava nella sua malora nuovi viaggi, anzi divisava di correre a rompicollo in Russia, e ch'egli oggimai, stracco di seguitare un matto, non aveva messo tempo in mezzo d'andare a Nemi a dichiarargliene, e che essendone il Tartaro montato in bestia, egli v'era montato più di lui, e gli aveva detto ch'egli non era schiavo della sua gleba; e che gli aveva allora allora chiesta licenza; e la copia dell'Aurora, già quasi finita, l'avrebbe consegnata all'albergatore che gliene mandasse in villa; ma che intanto gli conveniva uscire incontanente dell'albergo, ed aveva già preso in fitto un bel quartierino da Sant'Andrea della Valle, assai ben recipiente, e fornito d'ogni maniera di suppellettile: e che il pane non ci sarebbe mancato: che, la Dio mercè, in due anni ch'egli era dimorato in Roma, s'aveva acquistato di buoni e d'utili amici; nè v'era solo i Russi al mondo che sapessero far la debita stima del suo pennello.