A queste parole, dettemi con un'aria di verità che ancora mi fa stupore a pensare, io, che ne avrei dovuta sentire l'impertinenza, m'infiammai anzi d'un verissimo sdegno contro il non consapevole Russo. Poscia fui la prima a far fagotto della poca robicciuola ch'avevamo, con la quale entrati in una carrettella da nolo, tirammo via difilati a Sant'Andrea della Valle. Quivi fermato a un usciuolo ch'era proprio sulla piazza, chiamammo un facchino ch'era alla cantonata, e caricatogli il dosso delle nostre valige, e pagato il nolo al cocchiere, montammo su a un terzo piano, dove Cammillo, cavatasi una grossa chiave di tasca, aperse un uscio, e messami dentro una mediocre stanzetta, e fatta scaricare la roba, ne pagò il viaggio al facchino e gli chiuse l'uscio dietro.

Appresso a quella era un'altra stanzetta con un letto grande, ed assettatevi le nostre masserizie, Cammillo uscì, e poco di poi ritornò con una di quelle vive statue di Giunone, che in Roma domandano minenti, ancora acconce, se non fosse il cherico, a partorire quegli antichi fulmini di guerra. Questa, già prima che Cammillo parlasse, mi gettò, con quei grandi e veramente italiani occhi che hanno, uno sguardo come di superiorità; e tosto mi disse:

Voi mi piacete, ci resto:

Come s'ella fosse stata la padrona ed io la fante che fossi convenuta piacerle. Così intesi ch'ella era una donna che Cammillo m'aveva condotta acciocchè mi ministrasse ne' miei bisogni, una serva in fine; e già da gran tempo avvezza a' modi inflessibili di quel popolo, che solo fra tutti i popoli antichi e moderni non si è curvato innanzi alla sua sventura, non che sdegnarmene, me l'avrei anzi abbracciata e baciata.

Acconci, dunque, quivi nel modo che vi ho detto, Cammillo per un grosso mese non mi fiatò solamente del Russo. Ben mi parlava spessissimo di lavori ch'egli divisava d'imprendere, d'uno studio che voleva porre, d'un quartiere che gli era stato promesso nel palazzo Farnese (che ricadde alla corona di Napoli, ed ora vi stanzia l'ambasceria): ed all'ultimo un dì mi venne con una bella bozza rappresentante il popolo napoletano che strappava e calpestava l'infame editto, col quale Pietro di Toledo, di scellerata memoria, tentava di metter su nel regno il nefandissimo tribunale dell'inquisizione, e dicendomi:

Vedi qui Cesare Mormile; e qui nobili e popolani che si chiaman fratelli, e giurano il patto dell'unione contro il comune tiranno.

Concluse che ne voleva fare un quadro storico. E mi diceva:

Che ti pare, angelo mio? tu m'accusi di vendere sempre il mio pennello agli oppressori. O non ti par egli bello di consacrarlo una volta agli oppressi?

E mi guardava negli occhi, e pareva gioire della mia gioia, che l'esser donna e reietta non mi tolse di versare un fiume di tenerissime lacrime, qualunque volta lessi sulle tele, o sulle carte immortali della storia, qualunque protesta del genere umano contro quegli empi che lo vogliono loro schiavo.

XCII.