Molte furon le condanne capitali, ma nella maggior parte in contumacia; moltissime e gravissime le altre condanne dal 1833 al 1846 in Italia.

Ma nel giugno del 1846 veniva eletto a pontefice Giovanni Maria Mastai Feretti, il quale assunse il nome di Pio IX; e questi, venti giorni dopo la sua assunzione al trono, accordò larga amnistia ai condannati per titolo politico; quindi nuove riforme accordò. Ciò rivelò sentimenti liberali, e il popolo simpatizzò per lui. Lo stesso Mazzini fu pure lusingato a sperare nel pontefice, e scrisse a tal uopo per lui apposita lettera, nella quale leggevansi le seguenti espressiomi: Unificate l'Italia e la patria vostra ... Non mendicate alleanza di principi. Seguitate a conguistare l'alleanza dei popoli.

Chi era questo Giovanni Maria Mastai elevato al seggio ponteficale col nome di Pio IX?

Questi nacque in Sinigaglia nel 13 maggio del 1792 da nobile e agiata famiglia: educato da padri Scolopi nel collegio di Volterra, vi si distinse. Cercò nel 1815 d'entrare nelle guardie nobili del pontefice, ma non l'ottenne perchè infermiccio e affetto da epilessia. Studiò allora teologia e si fece prete: la sua salute migliorò e l'epilessia andò svanendo: andò in missione al Chili nel 3 luglio 1823: arrestato a Palma dalle autorità rivoluzionarie di Spagna per sospetto di missione politica, rimase prigioniero alcuni giorni: liberato e rimessosi in mare, fu la nave assalita dai filibustieri, ma potette salvar la vita: colto da burrasca, pericolò naufragio: finalmente giunse nel 1824 a Rio della Plata e l'anno dopo arrivò a Santiago del Chili. Nel 1825 ritornato a Roma, Leone XII lo nominò arcivescovo di Spoleto: Gregorio XVI lo elesse vescovo d'Imola nel 1832, e cardinale nel 1840. Salito al pontificato, diede riforme liberali e spiegò ostilità contro l'Austria che gli aveva occupata Ferrara: ciò destò indicibile entusiasmo in Italia, e il suo esempio fu seguito dalla Toscana che ebbe pur essa riforme, e il nome di Pio IX divenne parola d'ordine di risorgimento nazionale. Era giunto così l'anno 1847, e le dimostrazioni contro i governi dispotici si moltiplicavano nella penisola.

La Lombardia non rimase ultima in que' moti che rivelavano l'aspirazione a libero reggimento. Nel settembre 1847, essendo morto l'arcivescovo Gaisruck, di nazionalità tedesca, l'imperator d'Austria lo aveva rimpiazzato con Bartolameo Carlo Romilli da Bergamo, già professore di religione nel patrio liceo, indi parroco di Trescorre, poscia vescovo di Cremona. Il popolo volle cogliere occasione del suo ingresso per fare qualche dimostrazione contro il governo.

E l'ingresso del nuovo arcivescovo avveniva nella domenica del 5 di settembre 1847; il popolo e il municipio avean fatti grandi preparativi per celebrare l'ingresso con inaudita pompa: alla sera fuvvi generale illuminazione per le vie. Nel dì 8 seguente, in cui ricorreva la Natività di Maria Vergine, alla quale è dedicato il Duomo, si rinnovarono manifesti segni di convulsione popolare; questa volta collo scriver con carbone sui muri: Wia Pio IX e W. l'Italia, e col cantare l'inno appositamente fatto da altri in onor del pontefice, e dalla polizia vietato: una grande luminaria venne fatta in piazza del Duomo e in piazza Fontana, ove s'innalza il palazzo arcivescovile.

La polizia non volle starsene cheta spettatrice di quella festa popolare: molte guardie, in apparenza inermi, mandate per quei luoghi dal conte Bolza, tutto a un tratto sguainarono le sciabole che sotto i cappotti ascondevano, si avventarono in mezzo alla moltitudine festosa e, rotando i ferri, si misero a ferire a dritta e a manca. La folla spaventata fece per fuggire, l'un l'altro premeva, urtava, spingeva: molti agli urti cadevano, e la folla fuggente li calpestava. Le guardie di polizia potettero così comodamente soddisfare alla sete di sangue, ferendo a lor bell'agio gl'inermi: i popolani che più lungi stavano dai poliziotti, inviperiti di lor prepotenze, si posero a gridar morte ai Tedeschi: ciò inviperiva di più i poliziotti: ma d'un tratto essendo comparso sulla porta del suo palazzo l'arcivescovo, riuscì a far cessare le prepotenze tedesche e a far isciogliere la folla. Pattuglie però di dragoni imperiali continuarono a correr la città in quella sera e nel dimani; pur essi divertendosi nel maltrattare e ferir le persone. Più di sessanta vennero in quell'occasione ferite più o meno gravemente: diversi furono anche i morti.

Questi fatti diedero argomento all'autorità militare ed alla polizia per domandare a Vienna lo stato d'assedio, il giudizio statario e tutti gli altri rigori:—volevasi soffocar la voce della giustizia, far tacere la legge, limitare l'autorità dello stesso governo, onde suprema vi regnasse l'autorità militare e della polizia.

Ma nel sangue non si spense il principio di libertà: il sangue ne lo rafforzò anzi in ogni cuore; e il sangue anzichè gettar spavento nelle popolazioni, le inasprì invece nell'odio contro la tedesca dominazione, e le rese tenaci nei propositi di combatterla.

Nel settembre, essendosi aperto in Venezia il congresso degli scienziati italiani, le discussioni scientifiche snaturaronsi in politiche, e il Bonaparte che entusiasmò il congresso con calde parole, fu fatto partire pei confini dalla locale polizia: il fatto diede argomento alla stampa periodica nostrale e straniera di elevar la voce contro l'arbitrario procedere della polizia austriaca.