Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività immensa, un entusiamo indicibile.
I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in proposito.
Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.
Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi, non armistizio di quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all'entrata delle vettovaglie, che all'uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma non estesa la tregua alla campagna.
Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali, provando che l'armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che lo dimandava! I collaboratori e i lori seguaci se ne mostravano già tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da secretario.
Invitato da' miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che, dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna.—E infatti lettere intercette si scopersero poi, che, s'ei si avviliva a dimandare quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.
Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia dallo spettacolo forse dei trucidati amici. Feci considerare che l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo, lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese, sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli eccessi.—
Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per ventiquattr'ore.—Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che computi così precisi non si potevano fare:—«Del resto, gli dissi, ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere; è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a vivere di ruba. Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata, non troverà più strade.—Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane, meglio morir di fame che di forca».—
I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta effervescenza d'animi l'armistizio, si erano messi affatto a nostra discrezione; poichè si udivano affollati all'uscio i giovani vociferare sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai ozioso; poichè troppo era manifesta l'impossibilità di far deporre alla gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.
Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e udirono il rifiuto dell'armistizio dalla bocca dell'eroico podestà. Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti dell'Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell'armistizio venne attribuito al volere del popolo.