BARGA (DINTORNI) — TIGLIO DI SOPRA.

Intanto, Loppia — alla quale chi dai Bagni di Lucca move verso Barga giunge dopo aver passato il borgo del Ponte all'Ania, ricco di opificî e di fabbriche, e quello delle Fornaci, dal nome abbastanza significativo — è di origine così antica che si trova ricordata in documenti anteriori al mille, quando vi dominava la famiglia longobardo-lucchese dei Rolandinghi.

Al X sec. deve assegnarsi la interessantissima Pieve di Loppia: uno de' documenti architettonici più sconosciuti e preziosi che possa vantare la diocesi pisana, alla quale Loppia venne aggregata nel XVIII sec. In quelle mura possiamo ancora nettamente distinguere i ricordi di tre diverse epoche. Il periodo della fondazione è il più interessante. Ad esso appartiene la parte inferiore della facciata, costruita con immensi lastroni rettangolari e spartita da un colonnato cieco, con residuo di capitelli ravennati. Le mezze colonne aggettanti, invece delle solite lesene, spartivano anche i fianchi; ma per potere intonacare la facciata a sud — che tuttavia mostra una originale finestra a feritoia — vennero subbiate.

PIEVE DI LOPPIA — PARTICOLARE DELL'ABSIDE.

Ne' primi decennii del XIII sec. i Lucchesi posero a sacco, con altre chiese, la Pieve di Loppia: — profanaverunt, scriveva Gregorio IX all'arcivescovo di Pisa, fulminando la scomunica a Lucca, diruerunt ecclesias et altaria suffuderunt, e menando prigione il mio diletto figlio, il pievano di Loppia, lo hanno serrato in carcere.

Da questa prima rovina la Pieve risorse rapidamente. Sono della fine del 1200 la parte superiore della facciata, la navata mediana, i transetti e parte dell'abside. Fu il momento del maggior fiore. Dalla Pieve di Loppia dipendevano 28 chiese e tra le altre S. Cristoforo di Barga. Ma verso il 1340 nuove incursioni e nuovi saccheggi distruggono castello, pieve e paese. In un documento di Giovanni, vescovo di Lucca, del 23 gennaio 1390, col quale si concede la riunione della Pieve di Loppia alla chiesa di S. Cristoforo di Barga, è detto come le mura della Pieve e le case a questa appartenenti, nonchè quelle de' parrocchiani, da oltre 50 anni fossero oramai disabitate e ridotte per i malefici e il flagello della guerra ad un mucchio di rovine. E con accenti di dolore e di rimpianto disperato, tali da ricordare l'Ecclesiaste, il detto Vescovo così si esprimeva: et factus est locus ille solitudinis et vasti, nec est spes aliqua quod diebus viventium instauretur. Non per nulla qualche secolo più tardi si scolpivano sulla facciata della Pieve queste parole:

VA: VA: ET
OM: VA.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas!