Elisenda rispondeva:
Manibus date lilia plenis.
Poi Estebano:
Fulcite me floribus;
poi, chinando la fronte davanti ad Elisenda:
Salve, Regina,
mormorò soavemente, e le baciò il manto come ad una madonna. Indi ambidue si posero a cantare con voce alta e fiera l'inno delle nozze reali
Te Deum laudamus, te, Domine, confitemur.
Le loro voci unisone salivano e scendevano sul liturgico salmo. La grave melodia faceva risonar l'oratorio; i turiboli appesi, allo scoppio delle forti note, oscillavano, come per accompagnarle colle loro danze.
Così, sempre cantando, Elisenda aveva messo in dito ad Estebano un anello d'onice, e, sempre cantando, Estebano s'era levato e avea steso il pugno nell'ombra dietro l'altare e l'avea ritratto armato da una immensa spada. Poi che si tacquero, egli, ritto in piedi, col braccio alzato, colla punta della spada tesa sul messale aperto, pronunciò questo giuramento: