—Io, Don Estebano, principe di Castiglia, duca di Salamanca e di Zamora, giuro sulla sacrata croce vera di Cristo, sull'evangelio e su questa lama d'Alfonso VIII d'Aragona, giuro d'essere sposo in terra ed in cielo alla principessa Donna Elisenda di Leon, marchesa di Valadolid, contessa d'Asturia, mia eccelsa cugina. Giuro di riconquistare per noi e pei nostri figliuoli il trono perduto di Spagna, di riconquistarlo colla virtù o colla forza, col genio o colla spada, colla pace o colla guerra, col bene o col male, colla clemenza o colla ferocia, sorretto pur sempre dalla sacrosanta religione cattolica. Così sia.
L'orologio di legno battè un'ora. La punta della spada agitata dai fremiti del principe aveva squarciato la pagina del messale sovra cui s'appoggiava.
Estebano si toglieva a stento da quell'atto sovrano e dalla solennità di quel gesto; ma, di repente, come disciolto in un ineffabile bisogno d'umiltà, si gettò per terra colla testa sui cuscini dell'altare, sclamando:
—Adhaesit pavimento anima mea.
Allora Elisenda gli si pose d'accosto, chinò la guancia verso le sue labbra: una lunga perla pendeva dall'orecchio della fanciulla; Estebano baciò quella perla, poi disse:
—Sei bella, o mia regina!
Essa rispose:
—Sei bello, mio re!
E l'amore incominciò le sue note.
L'odore della cera liquefatta saliva nelle nari dei giovanetti; quell'odore era dolce e tedioso e caldo. Ma essi non rimuovevano già più gli occhi l'uno dall'altro.