—Mia soave Elisenda,—la chiamava Estebano, mentre il suo cuore batteva convulso come l'ali d'una farfalla trafitta da uno spillo; poi continuava:
—Posa, posa la tua bianca mano sulla mia fronte e penserò dei poemi!—ed Elisenda posava la mano sulla fronte d'Estebano. Dopo un lungo silenzio egli riprendeva a parlare con questo sogno:
—Elisenda, odi; vorrei che tu fossi una caleide ed io un altro vago e tenue insetto, e che avessimo per padiglione il calice d'un giglio, e lì vivere la corta vita nostra, al blando lume d'un'aurora mitigata dalle nivee pareti del nostro talamo, e poi morire tutti e due in quel giglio odoroso e chiuso.
—Ma non vedi, Estebano, com'è tutto chiuso e non senti com'è tutto odoroso anche questo asilo di pace?
Ciò che dicevano quei due fanciulli erano parole e parevano canti.
Elisenda ripigliava:—Ho dei sogni così gonfi e delle chimere così turbolente nel cuore che, per farnele uscire, mi bisognerebbe infrangerlo. Ciò che nasce nel cuore non può escir che dal cuore! feriscimi un poco qui, Estebano mio, al costato sinistro… tanto che con qualche goccia di sangue possa sprigionarsi anche qualche pensiero. Le labbra umane non sanno la via di queste cose profonde.
Allora Estebano soggiungeva:—No; nel linguaggio che mi hanno insegnato non esiste il nome di ciò ch'io sento per te.
Elisenda chiedeva:—M'ami?
Ed Estebano rispondeva con voce bassa e tranquilla:—Sì,—e i volti avvicinavansi ed allungavansi le labbra; poi baciavansi col bacio religioso e casto che si dá agli amuleti. E continuavano:—Amiamoci più delle rondini e più dei cigni e più dei puledri d'Asturia che vanne a due a due per le ville castigliane avvinti alle carrozze dei re.
L'orologio del vescovo Olivarez batté due tocchi. Ogni volta che quell'orologio scoccava, Estebano trasaliva.—Quell'orologio è lugubre,—pensò;—pare il dito d'uno spettro che bussi là fuori per incitarmi a qualche oscuro mistero,—e rimase turbato.