—Estebano mio, permetti ch'io mi tolga un minuto da te? Oggi ho scordato di dare il pane al mio povero cigno. Tu, intanto, va dal tuo cavallo con un pugno d'avena, perché non muoia di fame.

—Questi, cugina mia, non sono uffici da principi,—rispose Estebano;—lascia che il cigno provveda egli stesso al suo pane e il cavallo alla sua avena. Non istaccarti da me: il tempo fugge, l'ora batte alla porta. Guai a chi esce dal cerchio che gli segnò la fortuna! Poni mente al giorno più lieto de' tuoi anni, perché in quel giorno morrai. Mi ricordo sempre queste parole che udii una volta, predicate sul pergamo nella chiesa di Sant'Ignazio a Madrid da un vecchio gesuita. Questo è il giorno più lieto de' miei anni; temo che se noi esciamo di qui, la morte ci colga.—Poi susurrò, posando il capo sul seno d'Elisenda:—È così dolce la vita!

La fanciulla rispose:—Sia fatta la tua volontà,—e si coricarono entrambi sui gradini dell'altare colle teste appoggiate sullo stesso cuscino. I loro profili sfioravansi; si guardavano l'anima attraverso le pupille degli occhi. Quelle d'Elisenda si dilatavano prodigiosamente e si rinserravano convulse ad ogni battito de' polsi. Dopo un mite silenzio essa chiese ad Estebano:—Dimmi, ti par più bello l'amore o la gloria?

Estebano meditò; poi disse:—Sorella, la gloria non e altro che un grande amore diffuso su molti popoli e su molti secoli; ma l'amore è una soave gloria condensata in un cuore solo e in un'ora sola. È più bello l'amore:

Mejor es penar
Sufriendo dolores
Que estar sin amores.

Le sue parole s'estinsero in questo mormorio cadenzato; poscia egli s'avvinse ad Elisenda e la baciò sulla bocca, e l'abbracciamento fu stretto e il bacio fu lungo; ma la loro posa rimaneva innocente come quella della cuna ed immobile come quella della tomba.

La pupilla d'Elisenda s'alzava lenta, cerulea, simile a un'alba di luna.

Sulla testa dei due giovanetti pendeva, appesa a quattro catenelle d'oro, una lampada di quelle che i primi cristiani chiamavano coronaephorae; era spenta e di bronzo e tempestata di pietre preziose, sulle quali si rifrangeva la luce del cero con tutti i riverberi del prisma.

Estebano ed Elisenda levavano in su gli occhi e il mento; la nascente lanugine delle guancie d'Estebano toccava la guancia d'Elisenda come l'ermellino ducale tocca il velluto principesco. Gli sguardi dei due giovanetti adagiati erano fissi sulle faccette d'un grosso diamante, che folgorava più d'ogni altra gemma. Le loro labbra si confidavano così gl'incanti dell'iride che li affascinava:

—Estebano,—mormorava Elisenda,—vedo un paese azzurro come una notte serena e come il canto della tua voce; poi vedo uno sciame di farfalle volanti in mezzo a un fumo di mirra!