Un ribrezzo vago s'agitava ne' loro fianchi, sotto il pesante incubo degli ornamenti reali…
L'oscurità era fitta…
Elisenda gridò:—Ah! questa cintura m'abbrucia!…—e divennero muti.
Il lucignolo della torcia era mezzo affogato nella cera liquida che affluiva intorno ad esso come un lago oleoso; quando quella cera traboccò giù pel candelabro, la fiamma si ravvivò come per incanto e brillò luminosissima e fissa.
Estebano guardò Elisenda che non profferiva parola; poi, con un supremo sforzo, si levò e corse alla fiamma del cero colla pergamena spiegata. Un lampo dell'anima gli rivelò la scrittura. Lesse:—Quand'io morrò, morranno i troni di Spagna.
La fiamma vacillò, Estebano rabbrividì. C'erano ancora due versi che bisognava leggere… gli occhi del giovanetto s'offuscavano… gli pareva vedere Elisenda stesa a piè dell'altare, immobile e bianca, e avvolta in un fumo. Gli ultimi fili del lucignolo caddero nel lago di cera liquefatta, ma non si spensero. Estebano si chinò sulla fanciulla moribonda, concentrò in un impeto solo tutte le forze degli occhi e del pensiero; il fumo del lucignolo lo attossicava, un'acre angoscia gli salia nella gola. La fiammella scemava, scemava, e più che scemava, più diventava serena… A un tratto apparvero chiare queste parole sulla pergamena:
Ho sulla cima il mele
E in fondo il veleno dell'Upas.
La fiamma si spense.
L'orologio di legno batté tre colpi spaventosi.
Estebano cadde.