Nei primi giorni ch'io navigai sul vascello di quell'uomo crudele che mi strappò dal bacio materno, non pensai di esser vittima d'un gin-mù, d'un mercante di schiavi, d'uno di quelli che la timida ironia del popolo cinese chiama pastori d'uomini.

Vissi fidente fra le mani di colui, perché mia madre mi ci aveva posto. Ma una idea mi preoccupava: non avevo ancora gustato né visto i biscotti ed il miele, di cui, come mi aveva detto la madre, doveva esser carico il bastimento.

Un giorno, mentre la maggior parte dei marinai erano immersi nel sonno delle ore meridiane, fui tentato d'andare a scoprire il sito ove dovevano essere nascoste le dolcissime ghiottonerie che mi erano state promesse. Il denaro che mia madre aveva dato per me al capitano, mi costituiva nella mia coscienza il diritto di una tale esplorazione.

Scesi quatto quatto la ripida scaletta che metteva capo alla stiva della nave. Giunto al fondo, mi trovai in mezzo ad una folta penombra, che più avanzavo e più l'oscurità si faceva cieca. Mi posi carpone per non incespicare fra le gomene che ingombravano il pavimento. Camminavo così, timido e cauto come un gatto che intraprende qualche pericolosa avventura.

La tolda sul mio capo era muta, indizio che nessuno si moveva sul ponte. Mi feci coraggio e spinsi la mia esplorazione in dritta linea fin che m'arrestò una parete. Palpai davanti a me fra le tenebre, e indovinai una porta. Il mio dito mignolo s'incastrò in una fessura, lo estrassi e in sua vece posi l'occhio. Attraverso quello spiraglio non vidi che ombra. Pure sapevo che in quell'ombra doveva celarsi il dolce carico del bastimento.

Sperai che a forza d'aguzzare lo sguardo la pupilla dovesse abituarsi a quell'ombra e diradarla. Infatti, dopo qualche minuto un torbido barlume mi rissensò l'occhio. Con l'avida curiosità di un fanciullo goloso che sta spiando un mondo di ghiottonerie, stetti immobile a contemplare ciò che non discernevo ancora. Tutto il silenzio ch'è possibile in mare regnava in quella stiva.

Più guardavo attraverso lo spiraglio e più il barlume aumentava. Poco a poco mi parve che l'ombra quasi vinta si condensasse tutta da un lato in istrati orizzontali e, condensata, assumesse corpo, ma corpo vero e quasi profilo, anzi vero profilo e forma d'uomo.

Prima vidi una testa negra come la caligine, una testa dai capelli lanosi e dalle grosse labbra, poi un torso che respirava affannosamente, poi due ginocchia tremanti; le braccia non vidi; parevano legate sotto la schiena. Quel corpo era disteso sul suolo.

La curiosità della gola aveva fatto posto nel mio animo ad un'altra curiosità assai violenta, quella della paura.

Spesse volte il vero piglia gli aspetti dell'allucinazione. Mi sembrò repente che quel corpo legato e disteso si riflettesse dieci o dodici volte collo stesso profilo e collo stesso atteggiamento, quasi ripercosso nei cristalli di due specchi neri.