Il mio sguardo fuggì atterrito all'opposto lato della stiva. Lì altrettanti corpi di color giallo giacevano stesi in senso inverso, con le piante contro le piante dei primi. Senza l'anelito dei petti li avrei creduti cadaveri.

Ma una fulminea staffilata che piombò sulle mie spalle, mi strappò subitamente al mio terrore e mi rinfrancò lo spirito inorridito.

Dietro di me stava una irosa figura che teneva una lanterna accesa con una mano e una scuriada con l'altra. Riconobbi il pastore d'uomini.

Quando, come adesso, rievoco nella memoria quell'attimo feroce in cui sentii piombare sulla mia schiena la sferza del gin-mù, penso che quello fu l'attimo decisivo e capitale del mio destino, l'impulso primo che inflisse al mio spirito quel moto particolare del pensiero che vien detto, fra gli uomini, carattere, e che è quasi uno stile dell'anima.

Da quel momento la mia vita s'è divisa in due epoche, dirò più, in due ere morali: prima della staffilata del gin-mù; dopo la staffilata del gin-mù. Ma qui permetti che ricorra ad un'immagine. Sai che per le salme degli Tsing si estrae dal più ardente veleno una goccia di balsamo che, appena infiltrata nel cuore del floscio cadavere imperiale, lo irrigidisce, lo trasforma in macigno incorruttibile. Alla stessa guisa mi parve d'essere stato, io vivente, tramutato dallo staffile del pastore d'uomini.

Pure il minuto che seguì immediatamente il colpo non te lo saprei descrivere; lì c'è una lacuna nella mia memoria.

Dopo il momento ch'io rimasi rattrappito nel più profondo della stiva, sulla soglia tragica che ti scrissi, con due violenti fulgori sul volto, la luce della lanterna e lo sguardo del gin-mù, la mia rimembranza s'estingue. Mi ritrovo poi immobile, placido, imperterrito a cavalcioni della più eccelsa antenna d'artimone, dominante il mare. Come io fossi saltato sulla tolda e arrampicato sull'albero maestro, non lo rammento. Ma so che il piccolo Yao, che prima se ne stava accovacciato fra le tenebre, non era più quello stesso che s'ergeva librato fra le sartie della nave, col sole nelle pupille e colla fronte al vento. La mia mente pareva essersi sollevata col mio corpo fra quelle libere altezze, sentivo trabalzar il mio cuore con rapidi e fierissimi slanci, come se la sferzata di quel manigoldo avesse mosso nel mio petto un meraviglioso palèo. Il senso della dignità offesa è più delicato e più puro nel fanciullo che nell'uomo, perché in quello il risentimento è più ingenuo e lo sdegno prodotto dalle tracotanze umane più nuovo. Aggiungi a ciò che fin dalla tenerissima infanzia ebbi la coscienza di possedere un sentimento di giustizia irresistibile, sentimento che m'accompagnò per tutta la vita.

La giustizia apparve sempre nel mio pensiero esatta, evidente come una verità tutta fisica. Quando nella mia età matura incominciai a studiare le matematiche, un diritto leso ripugnò alla mia coscienza nello stesso modo che un calcolo errato al mio intelletto.

Riabilitare il diritto o correggere il calcolo, era per me tutt'uno e mi trovavo formidabilmente spinto verso le vendette da un chiaro e calmo principio scientifico. Attacco e difesa, azione, reazione, angolo percosso, angolo riflesso, identici assiomi che dimostravano lo stesso vero sotto vari aspetti. Il dubbio, il mistero, tutto ciò che è vago e indefinito, fu sempre contrario all'indole mia; non ho mai potuto sopportare a lungo un aspetto, un problema insoluto, una menzogna; s'agita in me un vasto bisogno di constatazione. Ho sempre odiato le tenebre e le fantasie dei romanzi; ho avuto sempre paura dell'ignoto, del noto mai. Ecco perché spiante nell'ombra allo spiraglio della stiva, intravvedendo la bieca fantasmagoria di martirii che ti accennai, tremavo; quello era l'ignoto. Ecco perché la sferzata precisa ed evidente del pastore d'uomini mi aveva ridonata la calma e colla calma la forza.

Placido sull'antenna, pensavo; pensavo che quella mia discesa nella stiva era stata giusta e saggia, perché ne avevo dedotto la certezza che quel gin-mù ingannava mia madre. Il carico di schiavi l'avevo visto co' miei occhi; nessun'altra mercanzia apparve né sotto né sopra il ponte. Sentivo d'essere caduto in potere di un feroce nemico, e fanciulletto e solo, provavo il bisogno di difendermi, di armarmi, di conquistare le nobili forze del corpo e della mente, tanto più che difendendomi mi pareva di vendicare mia madre. Sotto i miei piedi penzolanti nel vuoto vedevo l'equipaggio della nave muoversi, affaccendarsi; tutta quella folla mi sembrava ostile. Compivo in quel giorno undici anni; mi rammento di aver fatto questo computo.—Undici anni!—pensai con orgoglio, e levando il mio berretto marinaresco dal capo, mormorai gravemente come compiendo un voto sacro:—Sii tu il mio Kuan, il mio berretto di virilità; sono uomo!—E mi ricoprii fieramente la testa. Anticipavo così di nove anni la tradizionale imposizione del Kuan e m'ero consacrato uomo da me stesso.