La luna spuntava sull'orizzonte e l'aura del giorno non era ancora scomparsa. Io rimanevo sulla mia antenna, immerso nelle brezze marine co' miei pensieri. A un tratto, nel torcere gli occhi in giù, vidi un non so che di bruno che s'arrampicava sull'albero maestro con maggior sveltezza e rapidità che una scimmia. Un attimo dopo riconobbi un fanciullo bizzarrissimo nel volto e nelle movenze, il quale cavalcava già l'antenna accanto a me.

Appena ch'egli ebbe inforcata l'antenna di fronte a me, quel fanciullo ed io ci guatammo come due esseri di razza contraria che si vedono per la prima volta; attoniti, serii, faccia a faccia e muti.

Per un istinto tutto bambinesco di vanità e di difesa misurai collo sguardo le nostre due stature. Le punte de' suoi piedi, penzolanti nel vuoto, giungevano al malleolo de' miei ed i suoi occhi non arrivavano al mio mento. Arguii, dunque, con tacita compiacenza, che sul suolo io sarei stato d'un palmo e mezzo più grande del mio aereo compagno. Il suo corpicino snellissimo s'agitava tutto senza posa, come uno di que' vibrioni d'acqua che vivono in una oscillazione perenne, e la mobilità del suo volto era anche più rapida che quella delle sue membra. Le sue chiome apparivano più nere e più lucide di questo inchiostro col quale scrivo, e prolisse e pendenti e attortigliate come le corde che sopravvanzano dalla testa delle nostre citàre. Di quei capelli foltissimi nessuna parte era rasa; il vento li scuoteva dolcemente di qua e di là, come una pianta di zonarie marine dondolante nell'onda. La sua pelle aveva il colore dell'oliva acerba e sotto i pori sembrava gli traspirasse anche l'untume dolce di quel frutto. Quella testina livida e ardente pareva impregnata d'un balsamo oleoso; il mio sguardo scivolava su di essa senza potersi arrestare a nessun punto, tanta era la instabilità del fanciullo. Fra un guizzo e l'altro del suo volto, lo potei mirare negli occhi, neri così che mettevano raggi come due carboni elettrici, raggi intermittenti ed acuti. Tutto quel corpo era un magnete. Si pensava, a vederlo, che una elettricità più che un'anima lo vivificava. Benché io, giovanetto, a quell'epoca non conoscessi ancora le leggi di certi fenomeni fisici, presentivo che se avessi avvicinato un mio dito alla fronte di quel fanciullo, ne sarebbe scaturita una scintilla. Non credevo allora, come non credo oggi, alle cose soprannaturali; pure una strana inquietudine m'agitava accanto a quella bizzarra creatura d'aspetto fantastico. Oltre gli occhi, altri due punti su quella figura brillavano: i denti fulgidissimi e una piccola moneta d'oro che gli penzolava sul petto nudo. Vestiva una zimarra bruna e sdruscita e squarciata in mille modi e ridevolmente amplia che, sbattuta dal vento, gli svolazzava d'intorno, spandendo al cielo un'allegria di brandelli scossi.

A un tratto egli scoppiò in una sonora risata e con intensa curiosità indicò la mia coda, che fin da quegli anni avevo bellissima, e che dalla sommità del cocuzzolo sfuggendo di sotto al berretto, pendeva lunga lunga e solenne.

Io, a quello scroscio di risa, rimasi muto, immobile e un poco offeso.

L'altro allora incominciò a parlarmi un idioma armonico e strano che non avevo inteso mai; il suo accento terminava come interrogandomi. Quella voce mi penetrava nell'udito così soave che il mio sdegno nascente scomparve e fece luogo a un moto primo di simpatia.

Le cose ch'egli mi chiedeva pensai che dovessero essere, senza dubbio, argomenti di affettuosa inchiesta. Mi immaginai ch'egli mi domandasse, non so perché, di mia madre. E fermo in questa supposizione, risposi con tutta semplicità nel mio linguaggio:—Mia madre è una povera Kùa! (vedova).

A quelle parole il fanciullo fu colto da una frenetica ilarità. Strillò sghignazzando:—Ah! Kùa! Kùa! Kùa! Ah! Kùa! Kùa!—capitombolando sull'antenna più svelto d'una girandola. Poi fra le vociferazioni e le risate si lasciò piombare colla testa all'ingiù, si abbrancò ad una fune, e scivolò così capovolto fin sul ponte, più ratto di una pietra e più leggiero d'una piuma; e scomparve.

Io rimasi ancora sull'antenna, sorpreso, meditabondo. L'apparizione di quel fanciullo, là sulle alture dell'albero maestro, fra il cielo ed il mare, mi aveva scosso, né arrivavo a immaginarmi da dove poteva essere sbucata quella pazza creatura che non avevo veduta mai prima d'allora sul vascello.

Intanto il vascello correva gagliardo, la vela sotto di me si gonfiava maestosamente piena d'aria. S'era fatto notte. Lungo il mio corpo vidi repente scorrere un lume che si fermò alla cima dell'albero; era la lanterna del bastimento. Il rintocco d'una campana annunciò la cena della ciurma e discesi sul ponte.