Analizzavo la forza di ripercussione d'un'asse inclinata, calcolavo il peso del mio corpo, stabilivo tre punti, come a dire tre angoli d'un triangolo ottuso colla base rovesciata. Spiccavo un salto dal primo angolo, cadevo sul secondo ch'era l'estremità elastica dell'asse, da dove rimbalzavo sul terzo, a 15 o a 20 palmi di distanza, giusta il calcolo fatto. Sotto il mio corpo, per tutto lo spazio del salto, facevo disporre molte lancie acutissime, sulle quali sorridendo trasvolavo. Il salto pareva prodigioso al pubblico, che attribuiva alla mia robustezza ed al mio ardimento ciò che era il risultato infallibile d'una legge d'angoli riflessi e di forze ripercosse.
Io avevo a quel tempo venti anni. Ramàr, snellissimo sempre benché ingrandito nel corpo, era un satellite de' miei trionfi. Egli contava forse allora dieciott'anni. Molti celebri esercizi eseguivamo insieme. Uno fra questi era il giuoco delle freccie. E consiste, come già sai, nel lanciare molti strali lungo il contorno d'una persona addossata ad un tavolato, in modo che sul tavolato restino confitti, senza ferire il corpo offerto a bersaglio.
Ramàr, colle braccia e colle gambe nude, e stretto le anche e il torso in una maglia olivastra come la sua pelle, attendeva i miei colpi a 15 passi di distanza. Durante tutto l'esperimento quelle sue membra, sempre oscillanti, s'intirizzivano come davanti ad un gelo de' miei occhi. Ci leggevamo nelle pupille: egli prevedeva sempre il luogo dove io stavo per ferire, e la stessa fermezza appariva nel suo atteggiamento come nella mia mira. Io disegnavo a punta di stile sull'assito ov'egli stava le linee del suo corpo elegante collo stesso paziente affetto col quale un dipintore ritrae l'immagine d'una persona amata.
Quando ogni contorno era marcato e Ramàr era ingombro di freccia sulla testa, ai piedi, al collo, sotto le ascelle, fra le dita, lungo ogni parte del suo corpo, egli si staccava gaiamente dal tavolato e partivamo insieme in mezzo ad un fragore d'applausi. Io dividevo con Ramàr volentieri le acclamazioni del pubblico, le quali del resto venivano a me più che a lui. Ma se su d'esso si riverberava la mia gloria, io sentivo nella vicinanza della sua persona un non so quale contatto di grazia e di formosità che nobilitava me a me stesso. Avevo sentito parlare di un re degli zingari che doveva essere eletto in quell'epoca, e pensavo che Ramàr avrebbe saputo essere quel re, giacché nessuno più di lui poteva mostrarsi in pari tempo più zingaresco e più regale.
Ma un dì giunse persona nel nostro circo (fu il giorno del solstizio d'estate, quarantatrè anni or sono) che staccò a poco a poco il bel Ramàr dalla mia gloria ed alla sua lo attirò. Questa persona fu una donna, una giovanetta andalusa, danzatrice, già attesa in mezzo a noi da molto tempo.
Questa giovinetta aveva una vaga età: sedici anni; e un bel nome: Ambra, ed essa era più bella de' suoi anni e più vaga del suo nome. Appena apparve danzando, trionfò. Savio Meng-pen, chi non vide la donna europea, non conobbe la vera bellezza, e tu sei fra questi. Tu che ammiri pudicamente delle nostre dame i minutissimi piedi, tenui triangoli sui quali esse appena si reggono, sappi che l'andalusa aveva le piante minute così essa pure, ma per gentilezza della natura, non per arte crudele d'una nutrice. Ed erano liscie e soavi, un levigato avorio dall'amore stesso miniato, le dita che succedevansi con ordine armonioso di gerarchia dal robusto pollice al mignolo tenerello, morendo in curva d'ala; e come la lodola sui vanni picciolissimi altissima vola, così sui picciolissimi piedi Ambra volava. Era suo capriccio il tenerli nudi quando volteggiava sul dorso, pur nudo, del suo nero puledro. Un lungo pezzo di raso or cinereo, or ceruleo, or fosco le avviluppava le spalle, i lombi, le ginocchia fino ad una spanna dal malleolo; lì, perché la strettissima gonna non isvolazzasse, una fascia annodata la raccoglieva. Tutto quel raso scintillante aderiva alle forme d'Ambra come una di quelle foglie di lucido talco colle quali sono avvolte le nostre confetture di miele e d'aromati. Uno spiraglio di nudità scendeva dalla gola a mezzo il seno. Il suo volto pareva una fusione di pallido argento e la chioma d'oro fulvo sparsa in una miriade di trecce sottili, massiccie e sferzanti l'aria; gli occhi essa aveva di crisopazio, te lo affermo, o Meng-pen, di ametista viola, proprio viola (non sorridere a ciò che scrivo), ed erano dolci e cupi. Occhi come come quelli non vedrò mai più sulla terra. La bocca, perennemente chiusa, pareva non doversi aprire che al bacio e custodiva perle. L'uomo che su quella bocca divina posò una volta le labbra, dovette poi, se più non l'ebbe, per tutta la vita esser casto.
La stupenda fanciulla, forse per amor del suo nome, non s'adornava che di vezzi d'ambra. Come al raggio del sole si schiudono le conchiglie sulla spiaggia del mare, quando Ambra passava nel circo, le labbra degli uomini si schiudevano ammirando.
Fu questa la donna che mi rapì la dolce fratellanza di Ramàr.
Un giorno vidi sui programmi del circo il mio nome scritto, come sempre, in grandissimi caratteri; ma senza il nome di Ramàr, che da tanti anni teneva il suo posto immediatamente sotto il mio con lettere meno appariscenti, e lessi invece, più discosto, tre parole di lucid'oro collegate in una sola linea così: