Non t'accadde mai d'udir favellare i caratteri? Per me quei due nomi risplendevano non solo, risuonavano anche. Il mio orecchio percepiva fonicamente ciò che il mio occhio abbagliato leggeva. E andavo ripetendo: Ambra e Ramàr! Quell'"e" situato in mezzo ai due nomi sonava maligno e pareva più che una congiunzione grammaticale. Per una stranezza tipografica quell'"e" splendeva singolarmente, quasi fosse fra le cinque lettere d'Ambra e le cinque di Ramàr un centro luminoso, un punto focale di convergenze e di raggi.

Quanta affinità fra i due nomi! cinque cifre nell'uno, cinque nell'altro, bisillabi ambidue, e nell'uno e nell'altro una sola vocale, la più pura, la più umana, dominante e due volte ripercossa. Oh! come dolcemente preludiava quella vocale e cadenzava il nome d'Ambra! Con arte parimenti perfetta la più romoreggiante fra le consonanti vibrava al principio ed alla fine del nome di Ramàr. Una indistinta femminea soavità emanava dal primo, tutta la baldezza virile irrompea nel secondo; eppur l'uno parea composto coll'armonia dell'altro. Già i due nomi s'amavano nei loro bei caratteri d'oro. E il nome di Yao, tutto solo, se ne stava quasi reietto nella sua gloria.

Yao e Ramàr simboleggiavano parecchie profonde antitesi: il calcolo e l'intuizione, l'esattezza e l'audacia, la pazienza e l'impeto, la scienza e l'arte. Ambra e Ramàr una più profonda sintesi più sublimemente stavano per simboleggiare: la Bellezza e la Forza nell'armonia dell'Amore.

E due vere figure da simbolo parevano quando sui loro bruni corsieri entravano nell'arena avvinti in un plastico allacciamento. I cavalli, alteri del loro carco, incedevano con lenta violenza incurvando il collo e le zampe anteriori come archi tesi fino all'estremo. Il pugno possente di Ramàr tendeva colle briglie quegli archi pronti a scattare. A un tratto le briglie cadevano e i cavalli volavano scagliati nella rotazione della corsa, colle membra leggiere, distese, eleganti, furibonde, sfrenate, e incominciava il poema d'Ambra e Ramàr, poema più chimerico d'un sogno, pieno di emozioni terribili e vaghe. Io lo miravo dal di fuori dello steccato, confuso nella folla dei palafrenieri e dei clowns.

Quel poema principiava come una fuga e finiva come un trionfo.

Nei primi aggruppamenti lo zingaro e l'andalusa spiravano tanta ansietà d'orrore che parevano evasi dall'antro d'un drago. I nodi dello spavento avviticchiavano quei corpi e quelle anime. Lo zingaro guidava la fuga inginocchiato col ginocchio sinistro sul dorso del suo cavallo, premeva col piede la groppa dell'altro. L'andalusa si aggrappava al collo dell'ansimante Ramàr. I due puledri, lanciati a briglia sciolta, alternavano i loro valchi come due onde d'uragano; le loro brune criniere sferzavano il volto d'Ambra, più pallido di un'agonia, spume tenebrose; ed il plastico gruppo era ad un tempo equestre ed equoreo.

Io m'immaginavo, tanto il terrore tragico m'invadeva, di seguire coll'occhio non già una finzione mimica ricirculante intorno allo stesso cerchio, ma una vera fuga attraverso una distesa di terreni spaventosi. Ed erano deserti immensurabili percorsi in un baleno dai due fuggiaschi, o precipizi varcati miracolosamente, o boschi fantasmati dal raggio della luna, irti di mandragore e di serpi. Ma a poco a poco Ambra si ridestava alla vita, al sorriso, e già nei due vaghi erranti l'abbracciamento della paura mutavasi, per la sola trasfigurazione dei volti, in abbracciamento d'amore. Ed allora anche il fondo immaginario del quadro si trasformava, e vedevo una plenitudine di paesaggi aerei disciolti in un'iride immensa. Il rapido gruppo spiccava in nero or sulla zona d'oro, or sulla verde, or sulla rosea dell'iride, come un'ombra chinese del cielo, sfilante di plaga in plaga. E l'iride apriva lentamente il suo arco, simile ad un colossale ventaglio. Questa immagine dell'iride pigliava certamente le sue cause dalla forma circolare dell'anfiteatro e dalle sue conseguenze prospettiche e dalle magiche irradiazioni del tramonto, e dallo scintillare della sabbia scossa sotto le zampe dei corsieri, e dalla vertiginosa rapidità della corsa e dal fluttuar della folla che or allargava or ristringeva lo spazio davanti ai miei sguardi, ma più ancora dalla stessa equestre visione che nel suo volo e nel suo aspetto portava un non so che di meteorico.

Quando, verso il fine, la fuga diventava apoteosi, Ambra e Ramàr ad ogni giro mutavano aggruppamento. Le pose che essi, inebbriati, trovavano, non sono paragonabili a scultura terrena, e in verità mi pareva che un nuovo Zodiaco si svolgesse davanti ai miei occhi con istrana e sublime novità di segni. Ambra e Ramàr erano invasi da una vera ispirazione delle membra. Spesse volte Ambra gettava al collo del suo puledro un velo bianco ed alle sue estremità s'aggrappava, e tale in quel momento era il furor della corsa, che il leggerissimo corpo dell'andalusa rimaneva sospeso d'attimo in attimo, come uno di quei cervi volanti che i nostri avi trascinavano in battaglia per incantare i nemici. Le pose dell'andalusa e dello zingaro per effetto della rotazione incessante pendevano fuori di piombo e da ciò ne veniva un'impressione di slancio meravigliosa. Le zampe del corsiero di Ambra non battevano più la sabbia, ma attratte da una violentissima forza centrifuga, scalpitavano sul parapetto stesso dell'arena con un fragor di tempesta, mentre il corpo della fanciulla, tutto convergente verso il centro, disegnava una linea obliqua, inclinata sull'orizzonte, vaga ipotenusa.

Ad ogni giro, quando Ambra e Ramàr, avvinti nelle loro pose, passavano vicino a me, mi sentivo combattuto da due moti contrari, da un fascino e da un terrore; volevo torcere gli sguardi per non veder quei corpi e li figgevo con maggior forza in essi; e in quell'estrema vicinanza mi pareva che gli otto ferri dei cavalli scalpitanti battessero tutti sul petto mio; poi, quando s'allontanavano, respiravo più liberamente. Spesso m'univo ai clamori entusiasti del pubblico o anche li biasimavo, perché non ti nascondo che gli atteggiamenti dell'andalusa, pur idealissimi, facevano salire al mio volto di quando in quando il sangue del pudore ferito.

A giorni, cotanta interna confusione mi turbava che desideravo gettarmi sotto i corsieri accorrenti. Inorridivo con orror di fratello all'idea che le due belle creature cadessero; e altre volte (vedi contraddizione), come si coglie un malfattore all'agguato, coglievo il mio pensiero spiante l'attimo della caduta.