—Grazie, no; il fumo mi fa male.
Allora l'americano, gettando lo zigaro che teneva fra le labbra, tornò a dimandare:
—Posso proporvi una partita al bigliardo?
—Non conosco quel giuoco; vi ringrazio, signore.
—Posso proporvi una partita agli scacchi?
Il negro titubò, poi rispose:—Sì, questa l'accetto volentieri,—e s'avviarono ad un piccolo tavolo da giuoco che stava all'angolo opposto della sala; presero due sedie, si sedettero l'uno di fronte all'altro. L'Americano gettò i pezzi e le pedine sul panno verde del tavolino per distribuirli ordinatamente sulla scacchiera. La scacchiera era un'arnese qualunque a quadrati di legno grossamente intarsiati, ma gli scacchi erano dei veri oggetti d'arte. I pezzi bianchi erano d'avorio finissimo, i neri d'ebano, il re e la regina bianchi portavano in testa una corona d'oro, il re nero e la regina nera una corona d'argento, le quattro torri erano sostenute da quattro elefanti come nelle primitive scacchiere persiane. Il lavoro sottile di questi scacchi li riduceva fragilissimi. All'urto che presero quando l'Americano li riversò sul tavolo, l'alfiere dei neri si ruppe.
—Peccato!—disse Tom.
—È nulla,—rispose l'altro;—s'aggiusta subito.—E s'alzò, andò allo scrittoio, accese una candela, pigliò un pezzo di ceralacca rossa, la riscaldò, intonacò alla meglio i due frammenti dell'alfiere, li ricongiunse e riportò al compagno lo scacco aggiustato. Poi disse ridendo:—Eccolo! se si potesse riattaccare così la testa agli uomini!
—Oggi a Monklands molti avrebbero bisogno di ciò,—rispose il negro sorridendo tetramente. L'accento di questa frase destò nell'Americano un'impressione di stupore, di compassione, di offesa, di ribrezzo.
Tom continuò:—Con che colore giuocate, signore?