Oh! ma il vecchio pastore, aveva affatto ragione, di spiegare a sua moglie, come quel sior lustrissimo, parlasse spesso de solo, e dicesse cose che non si poteano comprendere un'ostia. Alfredo credeva infatti che Zaira dormisse su quel verde naturale tappeto, mentre invece non era che lievemente assopita. Perciò eccolo poco stante a recitare la famosa apostrofe all'amore, del maestro di poesia, Ariosto
Ingiustissimo amor, perchè sì raro
Corrispondenti fai nostri disiri?
Onde, perfido, avvien che t'è sì caro
Il discorde voler, che in duo cor miri,
Ir non mi lasci al facil guado e chiaro
E nel più cupo e maggior fondo tiri;
Da chi disia il mio amor tu m'allontani,
E chi m'ha in odio, vuoi che adori ed ami!
Zaira, che dicemmo parea dormisse, udì, ne fu dolente ma non lo confessò e solo disse, rialzandosi alquanto, dal suo improvvisato giaciglio: Ma chi è mai, quella fortunata donna, che voi amate sì fortemente, e che per ventura non vi corrisponde? È forse l'araba Fenice?…..
Pentito Alfredo allora, del proprio enfatico dire, chiese perdono collo sguardo, e si tacque fino al levar del giorno.
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Due dì ed una notte, impiegarono quei due buoni compagni di viaggio, onde giungere, senza nuovi contrattempi alla meta prefissa, cioè il paesello climatico di quelle altissime regioni. Con una buona guida, si poteva fare anche più presto assai, ma vi furono le fermate artistiche di una donna, e le esclamazioni poetiche di un uomo, che hanno fatto perdere tempo.
Molti viaggiatori alla pesca del clima refrigerante, giuntivi per diverse strade si trovavano già colassù, nel piccolo ma ben provveduto albergo.
Quel movimento, quella vivacità, quella eleganza femminile, in una parola, quell'andirivieni solito dei luoghi di bagni, di acque ferruginose o sulfuree, o jodiche, e degli ospizi alpini, dove non si fa altro che mangiare e bere (dicono) ed aspirare l'aria balsamica, non spiacquero alla Signora Zaira, abbastanza lieta del suo arrivo colà, sperando di vedervi qualche buona amica dei paesi natii. Alfredo invece non solo trovava seccante quel frastuono, ma per lui era anche l'antitesi della poesia. Organetti, chitarre, violini, contrabassi, tromboni, insieme all'ocarina mal suonati, venditori girovaghi di pessimi dolci, di fusa, di trottole, di S. Antonini, di fischietti, di castagne secche, ecc. ecc. si mettevano sempre fra i piedi, interrompendo ogni discorso, anche di qualche importanza. Per oggi, nessun incontro di persone note e care, incontri tanto soavi alla esistenza.
Quello che più seccava ad Alfredo, e che da un certo lato lo accorava, erano i questuanti laceri, tutti provvisti però di un istrumento qualunque.
N. B.—Tutti o quasi i questuanti del Regno, sono diventati da poco in quà, virtuosi di suono o di canto.