Altro che la beneficenza delicata, altro che i doni della buona Zaira, Però vale talvolta più assai un bicchierino di anice dato da chi non ha dippiù, in confronto di una bottiglia di Champagne da chi ne ha mille.

Alfredo, naturalmente, è già tutta una inquietudine… Egli ha in prospettiva uno o due ricatti a danno delle sue care sorelle. Saranno rapite a forza, e seppellite vive in un antro inesplorabile; egli verrà di sicuro truffato, derubato, assassinato quanto prima, e Lord fucilato. E fra questi fastidj, non ultimo era la tassa in vigore sulle donazioni. Ma ora passeremo, senz'altro alla lettura della lettera; più importante forse di tutto il resto.

Panama, 20 Maggio 18… Caro Cugino—Alfredo Blandis,

Non ho più famiglia……. morti tutti. Non ho più parenti, tutti morti. Un viaggiatore lombardo però mi ha informato, che vivrebbe un mio secondo cugino, a quanto io presumo. Quel viaggiatore, Sig. Franco Bombardoni, mi ha detto che siavi un pittore di nome Alfredo Blandis, figlio del defunto Giuseppe e nipote di G. Maria Blandis, mio avo, originario mantovano, senza beni di fortuna. Se è vero, i miei minatori, gente sicura, lo sapranno presto, perchè li spedirò in Lombardia a verificare personalmente. Mi preme assai di perpetuare, se possibile, il nostro nome—e di migliorare la condizione della parentela. Io sono nato qui. Ho nientemeno che 83 anni. Mio padre, che si chiamava Giuseppe Blandis, morto 25 anni or sono, alla bella età di 88; e venuto qui dalla patria di Virgiglio, quando aveva appena 20 anni, si è fatto ricco in quel lungo tempo, lavorando alle miniere aurifere, del Perù, California, Columbia, e Costa Rica, in modo che a poco a poco, per la sua grande attività ed economia, potè da operaio semplice diventare padrone di miniere. Mi ha lasciato ricco. Presi moglie, mi è morta presto, senza eredi, nè avea essa parenti conosciuti. Continuai sulle vestigia del mio buon padre, e colla perseveranza però onesta, ho potuto triplicare l'avito capitale. Ma che farne, se omai siamo a pochi passi dal sepolcro? Se mai fosse sussistente che costì io abbia un parente, anche soltanto, un secondo o terzo cugino, e prima ancora di lasciare per testamento, cosa meno sicura, ho deciso, dopo maturo riflettere, di donarvi tra vivi la metà della mia sostanza, intanto, salvo ecc. quella metà spedirla a voi a mezzo di quattordici miei minatori diretti dal mio fidato Sterlingson Roberto. Tutta gente inecceppibile, dalle mani callose, ma garantite senza vischio.

Io non vi aveva finora detto inoltre, una cosa che molto mi premeva. É dal 19 Marzo di quest'anno, giorno di S. Giuseppe, nome probabilmente del mio pro-zio, che io sogno ogni notte la stessa cosa. Mi appare ogni notte in sogno una figura di giovane donna¹ bianco vestita, assomigliante al quadro di Beatrice quando dal Paradiso va all'Inferno ad incoraggiare Dante, ed essa prima mi prega, poi mi comanda di ricordarmi presto, anche in vita, del mio parente Pittore, che trovasi in Lombardia. Egli è povero, mi sussurra ogni notte, ha famiglia ed è molto sventurato.

¹ Forse la defunta madre di Alfredo?? Siccome credono i sognatori fantastici!!

Sono trent'un giorni e sono trent'un sogni identici. Perciò oggi 20 Aprile, per levarmi da ogni inquietudine, decisi di spedirvi quindici valigie, contenenti ciascuna un milione, in oro, banco-note e pietre preziose. Così oggi mi sento assai sollevato nell'animo, e spero che stanotte non verrà più a sgridarmi quella figura splendida sì, ma imponente troppo alla mia vecchiaia, bisognosa di quiete.

Ricevute, ringraziamenti…. tutto per me superfluo, perchè io sono abbastanza garantito, e non permetto che vi umiliate a ringraziarmi. Scommetterei che sono più contento io oggi a mandarvi quindici milioni, che Voi a riceverli. Io ne ho altrettanti, e sono guadagnati senza macchia, ve lo giuro.

Vorrei vedere e baciare questo mio unico parente, che ancora esiste in Italia, Mi sarebbe caro prima che io muoia, e sento che poco mi manca a lasciare questa terra, che mi ha dato dell'oro, ma mi ha rubato la pace del cuore, privandomi della mia cara Mercedes, volata troppo presto al cielo. Vorrei vedervi e baciarvi, dicea, ma un presentimento ostinato mi dice di rinunciare a quella consolazione e di pregarvi anzi a rimanere in Lombardia. Siamo troppo lontani l'uno dall'altro. Io sono nel cuore dell'America meridionale, e non si sa mai. Dunque restate. Mandatemi il vostro ritratto e quello della vostra famiglia e della moglie e figli vostri, se mai ne aveste. Questa lettera, mi ha costato molta fatica, attesa la mia grave età, che ha scemate forze, energia, memoria e vista, perciò anche non volendo, bisogna che cessi.

Dio conservi per lungo tempo Voi e la famiglia vostra. Quando sarò morto, un requiem anche per me.