Si potrebbe inoltre pronosticare, che Alfredo, in onta ai suoi quindici milioni e forse più, beccati al cugino in secondo grado, (buona pasta), potrebbe morire anche di fame, con meraviglia di tutti, ed alla guisa del povero Conte Ugolino, ma colla variante, che Ugolino morì di fame per forza, ed Alfredo morrebbe di fame per amore. Digiuno forzato e digiuno spontaneo.
«Poscia più che il dolor potè il digiuno»
(DANTE, Infer. Canto 33.º).
E giacchè siamo sul discorso della morte, noi crediamo che la peggiore sia quella che si vede venire lentamente, lentamente, presso il capezzale, durante gli ultimi mesi dei nostri fisici e morali patimenti!….. Non sarebbe migliore la morte più veloce ancora del treno lampo? In tal modo si annoierebbe nessuno, compreso il malato. Maddalena però, la sorella maggiore di Elisa, nostre conoscenti, non la pensava come noi. Essa avrebbe desiderato un preavviso, poniamo di un anno, onde potere in termine utile, prepararsi alla buona morte….. Ogni testa ha il proprio modo di pensare. Tot capita tot sententia…..
Se non che accortici, di esserci allontanati troppo dall'argomento dei sogni, per l'incorreggibile vizio del correre troppo innanzi a similitudine di Lord, ritorniamo al posto.
I sogni pertanto alcune volte sono belli, ma più di frequente brutti. I pochi belli, per la loro semplicità e naturalezza, per l'assenza di tutti i riguardi o convenzionalità sociali, o di tutti i pregiudizi, sono affini ai costumi dell'età dell'oro, età che pare, non voglia più ritornare. I molti brutti sono l'effetto di moleste cause o fisiche o morali, o delle une e delle altre insieme, sendo una medesima cosa, a quanto sentenziano i materialisti. L'inquietudine, per esempio, ed altre nevralgie, prodotte generalmente dai visceri più nobili, cervello e cuore, (indivisibili siccome Oreste e Pilade) sono la cagione di brutti sogni. E sebbene rarissime volte, pure alcuni bei sogni possono realizzarsi, siccome già avvenne ed abbiamo constatato nel nostro romanzo. La famiglia Blandis divenne ricca, molto ricca, ma Alfredo non seppe profittarne come molti altri avrebbero certamente fatto. Figuratevi che egli non aveva voluto procurarsi, nè una livrea, nè una carrozza, nè un palazzo, perchè sosteneva che colle prime si umilierebbe il nostro simile, colla seconda si potrebbe ribaltare, e nel terzo si potrebbe smarrire la tramontana. Faceva delle carità tratto tratto, ma alla sordina, cioè senza articoli sui giornali, dava delle grosse mancie ai camerieri avventizi, che poi ne ridevano, e quanto al suo pranzo, era meschinello come una volta, trovando inutile ogni sontuosità, a chi mangiava quasi niente. Egli si nutriva a preferenza de' suoi soliti sospiri. Il suo intimo Cirillo, anche poco prima di restar vittima delle traditrici onde marittime, ripeteva ad Alfredo di stare allegro, di mangiare e bere, siccome costuma la maggioranza dei mortali; ma quegli tosto sentenziava; «Si mangia per vivere, e non si vive per mangiare». E perchè poi, osserviamo noi, conservava Lord? Allora Cirillo, quasi indispettito esclamava:«Tu sei un monumento di ingenuità!…..
Ora mi piglia vaghezza di comunicarvi uno stranissimo sogno di
Alfredo, fatto mentre non era che un semplice disperato pittore, ed
intendiamoci bene, quel sogno riguardava sempre la ritrosa Dea
Violetta dal sorriso incantevole…..
Trattavasi, in detto sogno, di una soirée in casa Giacinto. Dal domicilio di Alfredo alla borgata di Violetta, eravi la distanza di circa sei chilometri. Perciò essendo d'inverno, colle strade orrende e di sera, oltre al tempo piovigginoso, si dovea per la decenza dell'abito, andarvi in carrozza. Egli naturalmente deve procurarsi una vettura da nolo. Fatica inutile. Vetture da nolo nel suo paese, in detta sera, nessuna.
Sempre la jettatura, anche nei sogni. Intanto il tempo camminava lesto. L'ora è ormai trascorsa. Alfredo è costretto di andarvi a piedi e forse senza ombrello, perchè lo aveva smarrito in altra occasione. Egli corre quanto un levriere, egli vorrebbe arrivare in tempo, (non dopo, come sappiamo, avea fatto una volta Cirillo) là dove, il suo cuore lo trascina. A mezza via trova e sale su di un biroccio tirato da un perfido mulo, che tosto sferra calci tremendi, e poi rinculando, lo ribalta nel fossato non una ma tre volte, da cui Alfredo sorte bensì illeso, rispetto al corpo, ma tutto molle e lacero negli abiti, in modo da farlo somigliare ad un accattone cronico, piuttostochè ad un virtuoso di violoncello. Non si dà vinto però il disgraziato pittore, egli pensa sempre a Violetta, ed arde di potere in breve, colla espressione del suo elevato spirito, suonare la prediletta romanza Declina il sol morente, accompagnata da Violetta egregiamente colla sua arpa. Ahimè! egli giunge in ritardo assai. Vede la Dea de' suoi pensieri, colà fra cento invitati, distratta, muta e sì indifferente verso di lui, da annichilirlo. Sembrava che fossersi allora veduti per la prima volta, anzi peggio, nemmeno il saluto, nemmeno un'occhiata.
L'arpa non si vede, il violoncello, che stava da tempo colà deposto, è a terra fatto in pezzi. Chi l'avrà conciato così? Alfredo, interpretando quella freddezza, siccome effetto del suo compassionevole abbigliamento, si ritira in un angolo oscuro della vicina anticamera, per farvi un po' di toilette; un botolo ringhioso gliela vuole impedire, nè egli arriva mai a mettersi le scarpe. Per soprappiù in quella cameretta, oh! meraviglia, gli nevica sul capo scoperto e in un attimo divenuto calvo. Una impazienza, una inquietudine, un'ira che a parole non si ponno descrivere. La folla degli invitati esce coll'ombrello aperto (nevicasse forse anche nella sala?) passa dinnanzi a lui in atto di scherno. Viene ultimo lo smilzo e lungo Commendatore, il quale si pianta dinnanzi ad Alfredo con mefistofelico ghigno, gli invola una scarpa, fugge, e mentre Alfredo fa per rincorrerlo, scompare a guisa di un fuoco fatuo. Ma Alfredo lo vuol trovare ancora, vola alla porta d'uscita, munito di un martello che toglie dal buco della stufa e…. vedi maledizione! nel posto preciso della porta di strada, si erge una muraglia fabbricatavi pochi istanti prima. Col martello abbatte il muro, e si trova all'aperto, giacchè se quel muro indugiava un istante a cadere, egli soffocava. Alfredo è già in piazza, ha però vergogna di quel suo stato pezzente, ripara all'osteria, coll'insegna di S. Giuseppe (che è sopra la buona morte). Ivi lo stalliere, col volto di scimmia, gli rattoppa con dello spago sgarbatamente i pantaloni a brandelli, cui prima voleva in dono, e gli lava colla sua scopa le sanguinanti graffiature delle mani. Intanto si presenta una brutta vecchia, colla lanterna puzzolente per cattivo olio.