Che vogia che l’amante dieba dar

Altro ch’el proprio cuor alla morosa.

Sia dunque liberale; usi a lui quella cortesia che usata nulla toglie a lei di pregio, e si ricatti coi vagheggini di professione, coi vecchi sfreddati, coi frati, che araffano alle badie le migliaja di ducati, co’ monsignori, che vanno dietro a ogni cosa disonesta.

II.

La Veronica ebbe, come parrà naturale ad ognuno, moltissimi amori, anzi direi, tra piccoli e grandi, tra finti e sinceri, tra quelli che durarono un giorno e quelli che durarono forse più anni, innumerevoli. Dei più s’è certo perduta ogni traccia; ma di parecchi la traccia è rimasta, e qualche cosa più che la traccia.

I capitoli che compongono il libro di versi della cortigiana veneziana non sono, come ho già accennato, tutti suoi; sopra venticinque, sette appartengono a incerto autore, secondo è detto nella intitolazione, e tutti e sette sono documenti di un amore del quale la Veronica è l’obbietto. Dico di un amore, e dovrei forse dire di più amori, perchè non si sa se tutti quei capitoli sieno opera di uno spasimante solo, o di parecchi. Io, confrontandoli tra loro, e con le risposte che ad essi fa la donna, inclinerei a crederli opera di parecchi, per lo meno di due. Ma chi erano costoro? Di uno forse si può avere notizia. In una copia delle Terze rime già posseduta dalla Biblioteca Marciana, e passata poi in quella del conte Leopoldo Ferri, Padovano, il primo capitolo recava in testa il nome di quel Marco Veniero di cui si leggono alcuni sonetti nella Raccolta dell’Atanagi e di cui altre rime giacciono inedite. Marco Foscarini, in una sua Bibliografia veneziana tuttora manoscritta, fa questa congettura: che i primi fogli del libro fossero tirati sotto il nome di Marco Veniero; che questi, patrizio dei più reputati di Venezia, saputa la cosa, non volesse pubblicata al mondo un’amicizia che gli faceva poco onore; che perciò il nome suo fu tolto da tutte le copie che già non erano state distribuite, e non soltanto il suo, ma quello ancora degli autori degli altri capitoli, che, anche secondo la opinione del Foscarini, furono parecchi. Questa congettura è, se si vuole, molto onesta, ma altrettanto improbabile; e a dimostrarla tale basta ricordare che nessuno in quel secolo si vergognava di avere amicizia con cortigiane, e di tessere e pubblicare versi in lor lode; e che essendo il libro delle Terze rime dedicato con tanto di lettera al serenissimo signor Duca di Mantova e di Monferrato, il quale era allora Guglielmo, figlio di Federico Gonzaga e di Margherita Paleologa, il patrizio Marco, e gli altri patrizii o non patrizii autori dei capitoli, non potevano ragionevolmente vergognarsi di vederci stampati dentro i nomi loro dopo quello del serenissimo signor Duca.

Le ragioni della soppressione del nome, o dei nomi, saranno state altre, che ora ci sfuggono, e che poco del resto c’importa d’andar rintracciando, dacchè gli è pur certo che il primo amatore che compare nel libro (nel libro, s’intenda bene) è Marco Veniero. Basterà rammentare, così di passata, che in cotesto mondo cortigianesco le bizze e i dispetti erano molto frequenti, e che gli amici sfegatati di oggi potevano essere i nemici o gli indifferenti di domani[509].

Ora, nel capitolo I, messer Marco Veniero si mostra fortemente innamorato della bella Veronica, manifesta un caldissimo desiderio di possederla, si lagna molto dell’asprezza, rigidezza e fierezza di lei. La bella Veronica risponde con un altro capitolo, e il linguaggio ch’ell’usa è in molte parti così perplesso e sibillino che non si capisce a che conclusione la voglia venire. Se ella potesse assicurarsi del cuore di colui che affetto così smisurato le dimostra a parole, non farebbe già tanto la spietata e la schiva. Ma come assicurarsene? Non vorrebbe apparir troppo semplice e sciocca, dando fede a sospiri e a promesse che dissipa il vento. Perchè, se innamorato davvero, non si discopre egli con effetti? Ella vuole certezza dell’amor di lui con altro che con lodi; vuole meno lodi e più fatti, vuole i frutti e non le fronde. Pensa egli forse ch’ella sia avida? Si tolga questa opinion dalla testa. Cauta ella vuol essere, se non casta. Non chiede oro nè argento.

Perchè si disconvien troppo al decoro

Di chi non sia più che venal, far patto