Certe proprietadi in me nascose
Vi scovrirò d’infinita dolcezza,
Che prosa o verso altrui mai non espose[510].
Se il povero messer Marco riuscì a capire che diamine di negozio fosse il fatto che tanto premeva alla Veronica fu bravo davvero; a me, dico schietto, non riesce di capirlo, e temo che i miei lettori non lo capiranno meglio di me.
Ma non si creda che la Veronica parlasse di solito un linguaggio così incerto ed oscuro, chè anzi usava di parlar schietto e chiaro. Il capitolo III è scritto da lei, assente allora da Venezia, a un altro incognito amante, rimasto colà a sospirarla. Tutta questa poesia è assai garbata e disinvolta, e spira affetto delicato e sincero. Non voglio già dire con questo che tale affetto fosse veramente nell’animo dell’autrice. La quale scrive al suo dolce, gentile e valoroso amante, che il vivere senza di lui le è crudel morte, e che non divisi con lui le son tormenti i piaceri. Si sente struggere e morire; rimpiange il fortunato nido, e mentre la gelosia le serpeggia per l’ossa e la va consumando a poco a poco, ella non vive se non della speranza di presto rivederlo nel dolce loco. Affretta col desiderio il giorno beato che riunirà l’una all’altro:
Subito giunta a la bramata stanza,
M’inchinerò con le ginocchia in terra
Al mio Apollo in scienzia ed in sembianza:
E da lui vinta in amorosa guerra,
Seguirol di timor con alma cassa,