Che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende.

Di coltre ricamata, o d’altra vesta,

Di ricca tela ognun s’adorna e copre,

Sì ch’a fornirla ben nulla gli resta.

Poi diversi disegni e diverse opre su cortine, su tappeti, su arazzi, in tutti i lati. Un’arte miracolosa ha chiamato a nuova vita su quelle pareti, su quelle vôlte, le antiche divinità innamorate, ha rievocato le più leggiadre tra le fantasie elleniche: Giove che in pioggia d’oro scende nel grembo a Danae, Io trasformata in giovenca, l’aquila che rapisce Ganimede. Altre pitture, da altro pensiero inspirate, mostrano i ritratti di tutti i pontefici, e d’infiniti cardinali e prelati che

in noi pensieri

Destano de le cose più eccellenti.

Nel beato soggiorno è ogni diletto, e liberamente attende ogni persona a quello spasso che più gli va a genio: chi va a caccia, chi bada a pescare, chi si sta senza far nulla, sedendo al rezzo.

Nel capitolo XI è cenno di una andata della nostra poetessa a Verona, a mezzo il verno, e di un ricetto che ella bea di sua presenza, per destin felice d’un altro amante: non è improbabile che quest’altro amante fosse lo stesso Marc’Antonio della Torre[545].

Ma per quanto liete ed affettuose fossero le accoglienze degli amici, per quanto amene e sontuose le ville loro, la Veronica preferiva ad ogni altro soggiorno quello della sua Venezia. Quando,