D’amor, che tra nereidi e semidei,

Quell’acque salse di dolcezza instilla.

Venere in cerchio ancor de gli altri dei

Scende dal ciel su questa bella riva,

Con l’alme grazie in compagnia di lei.

Il ricordo di Venezia, della patria sua celebre e magna, le faceva odiare i campi[546]. Non contenta d’innalzar ella Venezia sopra le città tutte, voleva che anche gli amanti suoi la lodassero[547]; era lieta che altri desse l’opera sua alla città regina[548], e consolando un tale di non so che avversità, gli ricordava avere egli avuta la grandissima ventura di nascere in Venezia[549].

E in Venezia aveva la Veronica tutti i suoi piaceri e tutti i suoi comodi. Non solo frequentava i ritrovi degli amici, ma ne teneva ella pure in sua casa, e quali spassi vi usassero e come ci si spendessero l’ore, in parte sappiamo da lei medesima, in parte possiamo immaginare. La musica vi teneva grande luogo. Con la lettera nona la Veronica chiede in prestito a un amico uno strumento a corda, e lui stesso prega di voler venire il giorno seguente in casa sua, alle venti ore, in occasione, dice, ch’io faccio musica[550]. Il repertorio musicale era allora assai copioso: i madrigali, le villanelle, le mattinate, le disperate, gli strambotti, le napolitane, le siciliane, intonate da maestri valenti, fioccavano, più che altrove, in Venezia, e le nuove e belle acquistavano gran voga e si ripetevano da tutti[551]. Molte di certo ne avrà conosciute la Veronica, e quando, lasciati in riposo gli strumenti musicali, si dava corso ai ragionamenti e al novellare, possiam credere che tanto ella, quanto gli amici suoi, recassero volentieri in mezzo certi indovinelli, certi passerotti un po’ liberi, come piacevano al secolo, certe poesie allegre, e certe storie e fanfaluche da far ridere, come el lamento de Cosin, e la Vita de l’omo pizinin, la fiaba dei Buraneli, quella di Comare Oca, quella dell’Uccel Bel Verde, e altre ricordate dal Calmo, alternandole con varii giuochi, ch’erano allora in uso[552], e con le danze più in voga. La Veronica conosceva inoltre, e giustamente apprezzava il piacere che si prova a stare a tavola, in compagnia di amici alla buona, senza soggezione, entro una camera ben chiusa e ben calda, quando fuori imperversa l’inverno. Invitando un amico, e pregandolo di condurne seco un altro, ella dice: Il tempo è piovoso, e invita ogni buona persona a provedersi di dolce trattenimento al coperto ed al fuoco, almeno fino a sera. Il desinare sarà sine fuco et ceremoniis, more majorum; e se vorrete, dice, aggiungervi un fiaschino di quella vostra buona malvasia, di tanto mi contento, e di più non vi condanno[553]. Altri spassi non mancavano fuori di casa, secondo i tempi, come l’andare in gondola a diporto, pescare e uccellare in laguna, visitare i giardini, assistere alla rappresentazione delle commedie e ai giuochi varii che si facevano continuamente in città[554].

Della casa sua, e della masserizia che aveva, la Veronica non parla. Solo una volta la udiamo chiedere, a pigione senza dubbio, a un grazioso, gentile e molto onorato signore, una casa, per forma, e per sito, e per adornamenti comoda, e godevole, e piena de ricreazione[555]. Se la chiedeva, doveva anche avere di che arredarla convenientemente, e possiamo credere che in casa sua non mancasse quel lusso che, come abbiam veduto era solito nelle case delle cortigiane illustri. Se non ricca, la Veronica fu certamente agiata, almeno in un tempo di sua vita; giacchè, se quando, nel 1582, ella presentò ai Dieci Savii sopra le decime la nota de’ suoi beni, questi sembra si riducessero a poca cosa, sappiamo da altra banda da lei stessa che ella aveva perduto buona parte del suo nel contagio del 1575 e del 1576[556]; in qual modo, non dice. I suoi due testamenti del 1564 e del 1570 la mostrano in possesso di un patrimonio che non è valutato, ma che sembra abbastanza cospicuo[557], e nel 1580 essa doveva vivere lautamente, se poteva tenersi in casa un precettore pel figliuolo Achilletto, e servitori e fantesche.

IV.

Quella perdita mostra già che la vita della Veronica non sempre corse tranquilla e gioconda; ma non è essa il solo fatto spiacevole che gliel abbia turbata. Se gli amici le si mostrarono di solito affezionati e devoti, non mancarono nemici che a più riprese le diedero noja e s’ingegnarono di nuocerle. Uno di essi, lo dice ella stessa, tentò con calunnie di contaminare l’onor di lei, levando un grande scandalo[558]; un altro le scrisse contro una canzone infamatoria, chiamandola meretrice[559], e non fu questa la sola poesia composta in suo biasimo. Fra cotesti denigratori pare ce ne fosse qualcuno che con la satira e con la maldicenza si vendicava di rifiuti sofferti[560]; e non è improbabile che alcuno di essi sia autore di certo testamento apocrifo di Lodovico Ramberti, il quale si legge in un codice miscellaneo del Museo Correr in Venezia. In questa scrittura, non molto arguta a dir vero, il Ramberti, che dice d’essere con qualche pericolo del corpo, sì per l’età, sì per i molti disordini uso a fare con la sua dilettissima madonna Veronica e col soavissimo suo messer Zuane Bragadin, dispone in modo burlesco delle cose sue. Alla Veronica lascia il suo buon letto di piume, con patto che la nol possa nè vender, nè impegnar, nè dar a zudii, e le fa altri lasciti ridicoli. Vuole che sulla sua tomba s’incidano alcuni versi, fattura, è detto, della stessa Veronica[561]. Costei, o non curava tali assalti, o con garbo se ne schermiva, mostrando che spesso l’altrui biasimo si converte in lode, affermando che chi ingiuria non provocato ingiuria sè stesso,