E tu, pura alma, in tanti affanni involta,
Slegati omai, e al tuo Signor divino
Leggiadramente i tuoi pensier rivolta.
Sforza animosamente il tuo destino,
E i lacci rompi, e poi leggiadra e sciolta
Drizza i tuoi passi a più sicur cammino.
Chi non sente in quelle memorie dolci, che si vogliono sbandire per sempre dall’anima, tremare un sospiro? In un altro sonetto, indirizzato a quel Bartolommeo Zacco di cui ho già fatto parola, la Veronica accenna alla conversione ormai compiuta, a un alzarsi al cielo dell’anima sua. E lo Zacco, che ricordava forse altri ardori, e altri accenti dell’amica sua, rispondeva con un sonetto per le rime, confortando e lodando[573].
Ma la prova più sicura della conversione non istà in questi sonetti; sta nel disegno che ella formò, l’anno 1580 appunto, di fondare un ricovero per le donne traviate che volessero lasciare il mal costume. C’era allora, gli è vero, in Venezia, come altrove, un monastero delle Convertite; ma di regola troppo stretta ed austera[574]. La Veronica voleva, non un monastero, ma una casa, dove tali donne potessero ricoverarsi anche coi loro figliuoli, qualora ne avessero. A tal fine compose un memoriale da presentare al doge e alla Signoria[575]. In esso offriva di adoperarsi ella stessa per la nuova fondazione, e prometteva di mostrare, quando fosse accettata la sua proposta, come si potesse provvedere alla spesa senza gravare in modo alcuno l’erario. Confessava in pari tempo, esagerando senza dubbio un pochino, di trovarsi in povero stato, insieme coi figliuoli suoi, e con alcuni nipoti, figli di un fratello di lei, morto di peste alcuni anni innanzi, e chiedeva, sulle somme che si raccoglierebbero seguendo i suoi suggerimenti, cinquecento ducati annui, da devolvere poi agli eredi. Non pare che cotesto memoriale sia stato mai presentato; ma la Veronica dovette far conoscere egualmente il suo disegno e acquistargli fautori. In fatti, in quel medesimo anno sorse, presso la chiesa di San Niccolò da Tolentino, e sotto la protezione di San Giorgio, la Casa detta del Soccorso, governata da nobili dame, aperta, non solamente alle peccatrici ravvedute, ma anche alle mogli che fossero separate dai mariti. La Veronica non vi si chiuse, nè, con tanta famiglia intorno, avrebbe potuto farlo; ma vide l’ospizio preconizzato da lei tramutarsi d’uno in un altro luogo, crescere e prosperare[576]. Che, dopo fondato, la Veronica v’abbia avuto ingerenza non sembra; ma era tradizione ancor viva nel secolo scorso tra le donne ricoverate, che la figura principale di un quadro rappresentante appunto l’Opera pia del Soccorso, e dipinto per la chiesa del medesimo nome da Carletto Caliari, ritraesse la cortigiana pentita[577]. Una supplica indirizzata, non so in quale anno, dai direttori del pio luogo al doge, svela il segreto della Veronica, il modo cioè ch’ella aveva trovato per far denari, accennato da lei nel memoriale, ma non chiarito: essi chiedono che, conformemente al pensiero di lei, si concedano alla Casa del Soccorso i beni delle meretrici domiciliate e morte in Venezia; per intero, se morte senza figliuoli legittimi, o naturali, e senza far testamento; per una metà soltanto se morte senza figliuoli, ma dopo fatto testamento[578].
Riconciliata con Dio; dimenticata forse dagli antichi amici, ma benedetta dalle sventurate cui aveva additata la via della salute, e aperto un asilo di perdono e di pace, la povera Veronica morì in età ancor fresca. Nei Necrologi del Magistrato alla Sanità si legge questo laconico ricordo: 1591, 22 luglio. La Sig.ra Veronica Franco d’anni 45 da febre già giorni 20. S. Moisè. E non se ne sa altro.