Mi si dirà che, assai probabilmente, la Veronica faceva così, si atteggiava a donna di gentili e magnanimi sensi, ad arte, e per ragione di un ben inteso interesse. Non voglio dar troppa importanza a ciò che la Veronica dice di sè, quando afferma di non essere donna ingorda e venale[581]; ma rispondo che, più probabilmente ancora, la Veronica sapeva conciliare, nelle parole e negli atti, l’interesse, ch’era una triste necessità della sua condizione, con la bontà, ch’era una gentile virtù del suo animo. E un’altra cosa mi sembra di poter dire. Per quel tanto che noi sappiamo della sua vita; per quel tanto che dell’indole sua ci rivelan gli scritti, ella doveva essere donna di un pensar risoluto, di un sentir vivo, di un procedere franco, e di parole e di modi, per quanto la professione gliel consentiva, semplici e schietti; una natura gioconda, impulsiva, spontaneamente affettuosa. Per tutti questi rispetti io non mi perito di porla molto sopra a quella leziosa, a quella svenevole di Tullia d’Aragona, che, essendo cortigiana, si dava aria di duchessa, di musa, di ninfa, tutta contegno, e tutta schifiltà[582].

Se certe buone qualità morali sono nella Veronica più che probabili, certissime sono certe qualità intellettuali, buone e non volgari. Tutti gli scritti suoi ci mostrano in lei uno spirito vivo ed accorto, un giudizio assennato, una fantasia colorita, un gusto spesso delicato. Le opere sue, quelle cioè che giunsero sino a noi e furono date alle stampe, ci son già passate dinanzi; ma non tutte quelle ch’ella compose ci giunsero. Del poema epico accennato da Muzio Manfredi non si conosce nemmeno il soggetto, nemmeno il titolo. Le poesie di lei, secondo si ricava da certi cenni delle lettere, dovettero essere assai più di quelle che noi conosciamo, e saranno state anche molto più varie, per soggetti, per metri; e il simile dicasi delle lettere, che ella scriveva con molta frequenza, a molti. Mancandoci tanta parte dell’opera di lei, non possiamo formarci della letterata un concetto esatto ed intero; ma di alcune qualità sue, e di alcuni difetti possiamo darci conto tanto che basti.

La Veronica (e in ciò ha compagni in gran numero) riesce assai meglio nel verso che nella prosa. Alcuni de’ suoi capitoli, sebbene non possano gareggiare coi migliori di quel secolo, che tanti ne produsse, sono scritti con molta schiettezza di pensiero e di forma, con calore, con brio, in buona lingua, e con un far risoluto, in che sta forse la maggior loro attrattiva. Si vede in essi che la Veronica rimava con facilità e con piacere. Nei men buoni invece abbondano i luoghi comuni, gli ornamenti e i colori poetici di cattiva lega. La prosa delle lettere, la sola che conosciamo (per tacere del constituto e del memoriale che non sono scritture letterarie, e non furono forse nemmeno dettate da lei) è in generale artifiziata, ampollosa, affettata. La Veronica sapeva bene che nelle lettere famigliari si deve attendere più al vero affetto che alle molte parole[583]; ma in pratica non seguitava poi sempre quel giusto precetto; e se, anzichè a persone famigliari, doveva scrivere a persone troppo maggiori di lei, se ne scordava affatto, montava in trampoli, lambiccava i concetti, gonfiava le parole, e non trovava più il verso di finire i periodi. La lettera al Duca di Mantova, più che mezzanamente lunga, è tutta in un solo periodo, e ci si sente un miglio di lontano il Seicento, il Seicento che vien oltre a gran giornate, anzi si può dire sia già venuto, in ispirito. Essa comincia così: «Se ben lontanissima corrispondenza, e quasi disproporzionata proporzione si trova tra le chiarissime virtù dell’Altezza Vostra e ’l mio desiderio d’onorarla e degnamente servirla, sì che tutto quello ch’io potessi fare in questa impresa, sarebbe men che ombra a paragon del vero; nondimeno, in quello dove mi son mancate le forze, e i convenevoli concetti di celebrarla, ed esaltarla, m’è sopravanzato l’animo d’esprimerle questo mio virtuoso se ben impossibile desiderio», ecc. ecc. ecc. Le lettere a Enrico III e al cardinale d’Este sono sul medesimo tono; ma parecchie di quelle scritte a uomini e non a semidei sono dettate con molta più naturalezza e semplicità, e riescono di gran lunga migliori. E migliori anche di queste possiamo credere fossero le molte di carattere veramente famigliare e intimo ch’ella scriveva giorno per giorno, come la penna gettava, e senza alcun pensiero di farle stampare. Queste, assai più dell’altre, ci avrebbero fatto pro, e sono da noi desiderate.

Le Terze rime e le Lettere della cortigiana veneziana non si ristamparono più mai, tanto che diventarono libri di meravigliosa rarità, desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di alcuni pochissimi più venturati. Ebbero onor di ristampe invece il Dialogo della infinità d’amore e il Guerin Meschino in ottava rima della Signora Tullia; ma chi in questo fatto volesse scorgere una prova di maggior merito, s’ingannerebbe a partito. La sentenza dell’arguto poeta latino circa la fortuna dei libri si conviene ai libri delle cortigiane, come a tutti gli altri.

Quando la Veronica venne a morte molt’altre cose morivano di cui ella era stata spettatrice e parte non ultima. Moriva quel secolo turbolento e fecondo, luminoso e corrotto, innovatore e carnascialesco; morivano gli spiriti di quella prestigiosa coltura; moriva la prosperità di Venezia; moriva, o s’assopiva in lungo torpore il genio d’Italia. Se non fosse Ninon de Lenclos, Veronica Franco sarebbe l’ultima delle cortigiane illustri, delle redivive etère, e in Italia è l’ultima veramente. Dopo di lei le cortigiane ridiventano semplici meretrici, spesso belle, spiritose, eleganti, garbate, ma senza gloria e senza nome. I poeti si scostano da loro e si volgono a celebrare, tra i laureti d’Arcadia, le Corille e le Clori, non sempre più delle cortigiane virtuose, ma più leziose e più sciocche d’assai.

APPENDICI

APPENDICE A IL VANTO E IL LAMENTO DELLA CORTIGIANA FERRARESE[584]

IL VANTO

Venite, o cortegiani e lieti amanti,

Ogni signore, principe e marchese,