Però infina che ve sentì sane

No fe per niente che nigun ve sforza,

Siè molesine con quanti ve vuol,

Chè a sto partio scapolerè el storuol.

UN BUFFONE DI LEONE X

In una lettera più volte stampata, e ormai famosa, Alfonso Paolucci, legato del duca di Ferrara in Roma, descrivendo e narrando, l’8 di marzo del 1519 al suo signore, una rappresentazione dei Suppositi dell’Ariosto, fatta la domenica precedente in Castel Sant’Angelo, alla presenza di Leone X e di assai numerosa assemblea, dice, fra molte altre cose degnissime di nota, che sulla tela, la quale nascondeva, prima che cominciasse la recitazione, la scena dipinta di man di Raffaello, vedevasi «pinto fra Mariano con alcuni diavoli, che giugavano con esso da ogni lato de la tella (sic) e poi in mezo de la tella v’era un breve che diceva: Questi sono li capreci de fra Mariano»[590].

Ma chi era fra Mariano? e quali erano i capreci, o vogliam dire capricci suoi? e qual merito faceva essi e lui degni di così fatta pittura, opera anch’essa forse, come la scena, del pennello dell’Urbinate? Il legato del duca Alfonso nol dice, e non aveva, sembra, bisogno di dirlo. Al par di Leone, e come gli altri duemila spettatori della facetissima commedia, il duca doveva avere piena contezza di fra Mariano e de’ suoi fatti, quella contezza che manca a noi, e che ci studieremo di acquistare almeno in parte. E non si dica troppo frivolo l’oggetto delle nostre indagini; la storia dell’oscuro frate sarà per alcun lato la storia del glorioso pontefice. A farlo subito intendere basterà dire che fra Mariano fu un buffone di Leone X, uno dei tanti.

Quel trincato di Pietro Aretino, cogliendo con le parole, come molte volte sa fare, il vero e il vivo delle cose, dice del più gioviale dei papi in una lettera al conte Manfredo di Collalto: «Certamente Leone ebbe una natura da stremo a stremo, nè saria opra da ognuno il giudicare chi più gli dilettasse, o le virtù de’ dotti, o le ciance de’ buffoni; e di ciò fa fede il suo aver dato a l’una ed a l’altra specie, esaltando tanto questi quanto quegli»[591]. Senza voler risolvere in tutto la difficil questione, se gli piacessero meglio le virtù dei dotti o le ciance dei buffoni, si può con sicurezza affermare (e basta al bisogno nostro) che i buffoni e le lor ciance gli piacquero assai, più forse che l’ufficio di governare la Chiesa di Dio non chiedesse. Lodovico Domenichi dice espressamente che il Serapica, domestico cameriere di Leone, «avea autorità d’introdurre d’ogni ora in camera pazzi, buffoni e simil sorte di piacevoli», e racconta che volendo il celebre Marco Musuro chiedere al papa il beneficio d’una badia, e temendo di non esser introdotto a tempo, si annunziò come un secondo Baraballo, vago di quei medesimi onori che aveva avuto il primo, e così fu dal cameriere incontanente introdotto[592]. Questa ed altrettali novelle non sono forse tutte vere, ma parranno certo verosimili a chiunque conosca quel gaudioso pontefice, il quale, non solo gradiva e premiava i pazzi che lo facevano ridere, ma s’ingegnava anche di far diventar pazzo chi non era[593]; e più che verosimili parvero agli uomini di quel secolo. Perciò non è da negare in tutto fede a certa storiella raccolta e ripetuta dal Garzoni, ove si narra che Nicoletto da Orvieto, con un solo bisticcio, s’acquistò per tutti i tempi il favore della giovialissima Santità[594].

Non di tutti coloro che, volendolo essi, o nol volendo, fecero ridere Leone X ci è pervenuta notizia sufficiente, e di parecchi s’è perduta, senza dubbio, ogni traccia. Si ricordano più spesso que’ poveri poeti da burle e da legnate, Baraballo da Gaeta, Camillo Querno, Giovanni Gazoldo, Girolamo Brittonio: poi si ricordano alcuni altri, de’ quali poco più che il nome ci è noto: un Poggio, figliuolo degenere del famoso Poggio Fiorentino, un Moro de’ Nobili, lurcone e pappatore meraviglioso, tutto guasto dalla gotta, un cavalier Brandino, un Andrea bastardo e matto, levato dall’ospizio di Siena, un frate Martino e il nostro fra Mariano. Di tutti costoro dice il Giovio[595] che in certi tempi dell’anno, quando si dà più libero sfogo all’umor solazzevole, erano ammessi alla parte inferiore ed estrema della mensa papale, a patto che sopportassero pazientemente i motti, le beffe e le burle dei sopraintendenti al banchetto. Ma il Giovio, se pur dice il vero, non dice tutto. La parte di questi compagnacci alle mense del pontefice non sempre doveva essere così rimessa e passiva come al Giovio piacque narrarla; e di alcuni di loro almeno si può dir con certezza che se pativan le burle, spesso anche le facevano, e schernivano forse più che non erano scherniti.

Ma per non parer troppo duri con Leone X bisogna dire che l’usanza di tenersi i buffoni d’attorno era usanza comune dei principi, e osservata anche da qualch’altro pontefice, e che la buffoneria era nel secolo XVI, ed era stata anche prima, in grande credito[596]. Non è solo l’Ariosto a dolersi che i buffoni, i cinedi, gli accusatori sieno nelle corti