Più grati assai che ’l virtuoso e ’l buono[597].
Odasi che cosa dice in proposito Tommaso Garzoni: «Or ne’ moderni tempi la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili son più ingombrate di buffoni che di alcuna specie di virtuosi, e quella corte par diminuta e scema dove non s’oda, o non si veda, un Carafulla, un Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia trattenimento con favole, con motti, con piacevolezze, con bagatelle, con mocche, all’onorata audienza che gli siede intorno. Quivi il buffone recita i testamenti villaneschi di barba Mangone e di Pedrazzo; adorna l’instrumento che fa ser Cecco di parole più grosse che quelle del Cocai; narra le fuse torte che fece la moglie del medico la notte di carnevale; racconta il dialogo di mastro Agreste con la Togna di S. Germano; discorre di legge come un Grazian da Bologna; parla di medicina come un mastro Grillo; favella da pedante come un Fidenzio Glottocrisio; fa del Bergamasco a spada tratta, come se fosse il primo della vallata; è Magnifico nel sporgere, Spagnolo nel vestire, è Todesco nel caminare, è Fiorentino nel gorgheggiare, è Napolitano nel fiorire, è Modenese in fare il gonzo, è Piemontese nel languire, è la simia di tutto il mondo nel parlare e nel vestire. Ora si vede il buffone con le ciglia de gli occhi dentro ascose e gli occhi sbardellati, che par guerzo; ora con le labbra torte, che pare un mascherone contrafatto, ora con un palmo di lingua fuori, che par un cagnazzo morto dal caldo e dalla sete; ora col collo teso, che pare un’impiccato; ora con le fauci ingrossate, che fa mostra d’aver mille diavoli adosso; ora con le spalle ingobbate, che pare il Babuino da Milano; ora con le braccia rivoltate, che pare un Guido propriamente; ora con le mani e con le dita fa gesti tali, che pare il bagatella dei trionfi. Col moversi finge il poltrone eccellentemente; col passeggiare fa del fachino raramente; col volgersi indietro contrafà un bravo stupendamente. Col suono della voce imita l’asino per spasso, con le parole i balbi e i cocoglieri per trastullo, col gesto le bertuccie per diletto, col riso fa crepar di riso ogn’uno che lo vede. Queste son l’eccellenze e le grandezze de’ buffoni, che vivono allegramente alle spalle de’ gentiluomini e Signori, e trionfano a’ pasti de’ Prencipi, mentre il dotto poeta, il facondo oratore e l’arguto filosofo fa la sua residenza nel vilissimo tinello»[598].
Ho voluto trascrivere per intero questo lungo passo anche per dare un’idea adeguata delle piacevolezze onde i buffoni rallegravano l’aule e le mense dei signori; tra’ quali ce ne saranno stati forse di quelli che per gusto lor proprio non troppo le gradivano, ma tuttavia le sopportavano per conformarsi al costume e per seguitare l’andazzo. Baldassar Castiglione non si mostra troppo tenero dei buffoni; ma pur dice che nelle corti par che si richieggano[599]. Agostino Nifo, ricordati i buffoni di Ferdinando il Cattolico, di Carlo V, di Francesco I e di altri principi e signori, dice che la mala usanza era talmente cresciuta e fatta generale, che i principi nutrivan buffoni, non solo per diletto che ne avevano, ma ancora per ambizione, e che in poco pregio era tenuta quella corte dove non ne fossero alcuni[600].
Parecchi papi, prima di Leone X, accolsero e favorirono buffoni. Eugenio IV fece un cardinale di quell’Angelotto romano di cui parla ripetutamente il Poggio nelle sue Facezie[601]. Alessandro VI ebbe caro un Gabrieletto, che accompagnandolo nel ritorno dalla pubblica benedizione, solita darsi la domenica di Pasqua, fingeva di predicare in latino ed in ispagnuolo[602]. Il terribile Giulio II permetteva al Proto da Lucca di distrarlo talvolta dalle cure di quel suo bellicoso pontificato; e di quali facezie usasse il Proto a tal fine si può vedere in una novella del Bandello, il quale nella dedicatoria di un’altra avverte che molti erano al tempo suo i buffoni famosi in Italia, e massimamente in Roma[603]. I cardinali non mancavano d’imitare l’esempio dei papi, e non poca celebrità ebbero Marc’Antonio Sidonio, buffone di Ercole Gonzaga, cardinale di Mantova, Francesco del Lago di Garda, buffone del cardinale Madruccio, il Cimarosto, buffone del cardinal di Trento, il Bargiacca, stato col Rosso buffone del cardinale Ippolito de’ Medici, il Carafulla ed altri parecchi[604].
Non parrà dunque troppo strano che Leone X avesse i suoi buffoni ancor egli, e come grandissimo pontefice ch’egli era, ne avesse più dei principi secolari e più di altri pontefici stati prima di lui; bensì potrà parere alquanto strano che tra’ suoi buffoni egli accogliesse dei frati, e potrà parere strano, non già perchè avrebbe dovuto, egli capo della Chiesa, avere qualche maggior rispetto alle tonache e alle cocolle, ma per una ragione in tutto diversa, anzi contraria a dirittura. A bene intendere ciò è necessario un po’ di commento.
I bei tempi della frataglia erano passati per sempre; il Rinascimento non era più stagione per essa. Quello che si chiama spirito del Rinascimento è in contraddizione piena con lo spirito fratesco, e dove l’uno si leva e vigoreggia è forza che l’altro cada e disvenga. Nel Cinquecento i frati sono odiati e vilipesi, perchè tutto quanto appartiene alla vita e ai costumi loro nega ed offende le inclinazioni, le usanze, gl’ideali buoni o cattivi di quella età. Se divoti sinceramente, spiace la seccagginosa devozione loro al secolo mezzo incredulo, che non ha più il capo a quelle melanconie; se ipocriti, spiace la stomacosa loro simulazione al secolo svergognato e sfrontato, il quale liberamente ostenta i suoi vizii, e non vuole freni, non vuole impacci al godere; spiace poi sempre ed in sommo grado, in mezzo a quella tanta coltura e raffinatezza d’uomini e di cose, la zoticaggine ed ignoranza loro. Quest’odio contro ai frati si vede già negli umanisti del Quattrocento; al qual proposito basterà ricordare le diatribe virulente e le rabbiose invettive di Leonardo Bruni, di Francesco Filelfo e del Poggio. Angelo Poliziano in un suo prologo preposto ai Menaechmi di Plauto, e recitato in Firenze ai 12 di maggio del 1488, si scagliava furibondo contro i
Cucullati, lignipedes, cincti funibus,
Superciliosum, incurvicervicum pecus[605];
e non era lontano il grande Erasmo, che doveva fare dei frati la pittura che tutti conoscono. Non parlo dei novellieri di quel secolo, e delle molte commedie, e dei moltissimi capitoli, e dell’altre scritture senza numero in cui i frati sono scherniti, ingiuriati, vituperati. Nella stessa corte di Roma quel pecus si odiava. Il Bembo, uno dei segretarii, come ognuno sa, di Leone X, scrisse di sè che si travagliava molto mal volentieri in cose di frati, per trovarvi sotto molte volte tutte le umane scelleratezze coperte di diabolica ipocrisia[606]. Bernardo Dovizi da Bibbiena, il factotum dello stesso pontefice, e l’autore della Calandria, aveva ancor egli una grandissima avversione pei frati, e nessuno spasso stimava così piacevole come il prendersi giuoco di loro. Lo dice egli stesso nel Cortegiano di Baldassar Castiglione, dove narra certa burla ch’egli s’era pensato di fare a un supposto frate, e che riuscì invece in suo danno[607]. Cinzio de’ Fabrizii dedicò a Clemente VII il suo libro della Origine dei volgari proverbii, riboccante di satira e d’invettive contro i frati; ma un libro contro ai frati aveva già dedicato a Niccolò V Timoteo Maffeo.
Del rispetto poi che portava alle tonache lo stesso Leone un bel documento ci porge Alfonso Paolucci nella lettera sua testè citata, documento che ci parrà meno strano se pensiamo che il glorioso papa era figliuolo di quel Lorenzo de’ Medici che diceva da tre cose doversi gli uomini guardare: dalla parte dinanzi de’ buoi, da quella di dietro dei muli, e dall’una e dall’altra dei frati. Detto della rappresentazione dei Suppositi, il buon Paolucci ricorda una commedia di certo frate, recitata, come quella dell’Ariosto, alla presenza del papa, e seguita con queste precise parole: «e per non essere successa a molta satisfacione, il papa in cambio de moresca fece balciar questo bom frate sopra una coltra, e dete una gran panciata sopra el tabulato de la sena. Dipoi li fece tagliar tute le strenghe intorno e tirare le calcie a li calcagni, ed il bom frate ne morsicò de quelli palafrenieri tre o quattro de mala sorte, e fu necessitato tandem a montar cavalo, e cum le mane li forno date tante sculacciate che, siccome mi è referto, li sono bisognate molte ventose e su la schena e su le chiape, e stassi in letto e non bene. Dicesi che ’l Papa lo fece fare in esempio de altri frati a ciò se levino de pensier de non farli veder sue fraterie». E se questo era il desiderio del papa, bisogna dire ch’e’ non poteva tenere, per vederne il fine, un modo più spicciativo e più efficace. Avrebbe anche potuto farli ferrare, come fece Bernabò Visconti[608]; ma era azion villana e da tiranno, che troppo ripugnava alla giocondità e umanità sua. A fra Mariano e a fra Martino bisognava dunque, se volevano la grazia del vicario di Cristo, e salve dalle spalmate le natiche, far dimenticare con le buone loro qualità di buffone la pessima qualità di frate[609].