E buffone fra Mariano fu, sembra, in grado eccellente. Il Bibbiena fa di lui onorata memoria e lo loda per gran maestro di burle, insieme con un frate Serafino, che esercitava in Urbino la professione sua[610]. Di dove fosse nativo non trovo, nè so quando propriamente vestisse l’abito di laico domenicano, sotto il quale esercitò onoratamente le sue buffonerie. Fetti era il nome della sua casata, e l’arte sua prima fu, sembra, quella del barbiere, giacchè Pietro Aretino, il quale gli si mostra (ma non sempre), assai benevolo, dice ch’egli era stato barbiere di Lorenzo il Magnifico. E qui viene spontanea in mente una congettura; che il barbiere, cioè, già caro per la sua piacevolezza a Lorenzo e alla famiglia di lui, andasse a Roma in compagnia del giovane cardinale Giovanni, e facesse fin da allora col cardinale l’officio che seguitò a far dopo col papa. Comunque andasse la cosa, gli è un fatto che noi troviamo in Roma il nostro Mariano, già frate, e già in fama d’uomo assai sollazzevole, sino dai tempi di Giulio II. Eccone senz’altro le prove.
Il 2 di luglio del 1512, il giovinetto Federico Gonzaga, che si trovava in Roma, ostaggio alla corte di Giulio II, desinò e cenò in una bellissima villa dell’Arcivescovo di Napoli, a Monte Cavallo, e il Grossino, uno dei famigliari del principe, scriveva alla madre di lui, la famosa Isabella, che il figliuolo era stato tutto quel giorno in grandissimo suo apiacer con una bella compagnia, e che frate Mariano, con li soi caprizi, aveva fatto ridere assai[611]. Il 10 gennajo del 1513, a proposito di altra cena, il Grossino scriveva alla marchesa: «Frate Mariano, capo di mati, si portò per eccelenzia con li soi capricci, e m. Bernardo da Bibiena li ajutava gagliardamente»; e al marchese, marito d’Isabella, scriveva: «Frate Mariano, capo di tavola, fece de le pacíe a suo modo in quantità; a mezo la zena a l’improviso saltò in pede in su la tavola, corendo in fino di capo, menando di man a Cardinali, a Vescovi; non sparamiava niuno»[612].
Questi documenti, e alcun altro che vedremo or ora, provano che la reputazione di fra Mariano era già fatta negli ultimi due anni del pontificato di Giulio II, ed è ragionevole il pensare ch’egli avesse cominciato a farsela qualche anno innanzi, come è ragionevole credere che non avesse mancato di far ridere alcuna volta il battagliero pontefice. E far ridere un papa che bestemmiava come un turco, che con le proprie mani caricava altrui di legnate, e che, ammalato, chiamava a gran voce il diavolo, non doveva essere la più facile cosa del mondo. Ma fra Mariano era certo uomo da riuscirci. In una lettera scritta il 29 di gennajo del 1513 al Marchese di Mantova, egli si chiama da sè stesso maestro di Bernardo da Bibbiena, di quel famoso Bibbiena che fu (son parole del Giovio) maestro mirabile nell’arte di spingere all’insania uomini gravi per età e professione; e dice come sia andato a Firenze, sebbene già vecchio, chiamatovi dal suo padrone il cardinale Giovanni, per ordinarvi durante quel carnevale, in compagnia del Bibbiena appunto, trionfi, commedie e moresche, e ricorda tutti li capricci fatti in quella magna città[613]. Questa lettera non è sola a provare che il lepido frate era entrato in grazia anche del Marchese; un’altra ve n’ha scritta da quello a questo ai 10 di gennajo del 1519, la qual prova il medesimo, e che dovrò citar novamente[614].
Fra Mariano fu frate piombatore, uno di quei frati, cioè, i quali attendevano, per proprio officio, a munire della bolla di piombo i diplomi che si spedivano dalla Cancelleria apostolica. Il mestiere non era gran che gravoso e rendeva assai. Lo stesso fra Mariano confessava al Gonzaga che del piombo faceva oro, e da quella sua bottega (così la chiamava), diceva di trarre 800 ducati d’oro l’anno[615]. Di questa bottega credo che egli andasse debitore a Leone X, perchè nella prima lettera al Gonzaga, il frate non ne fa cenno, e dice che, passato carnevale, se ne tornerà in Roma, nel suo convento di Monte Cavallo; mentre nell’altra dice espressamente che egli ha residenza in palazzo, nelle stanze di Innocenzio, che si chiamano lo ofizio del Piombo, d’onde qualche volta si reca a visitare i suoi frati[616]. In quell’officio egli succedette a Bramante, e lasciò poi a sua volta il luogo a Sebastiano del Piombo. Paride de Grassi, cerimoniere di Leone X, ricorda nel suo diario un frate Bernardo Piombatore, dandogli titolo di mezzo buffone (semiscurra); ma gli è assai probabile che Bernardo ci stia erroneamente per Mariano[617].
Che il buon frate non si lasciasse vedere alla mensa del papa solo in certi tempi dell’anno, come vuole il Giovio, si ricava da un passo di certa Relazione di Luigi Gradenigo, ambasciatore della Repubblica di Venezia, passo in cui si legge: «il mercore e il sabbato mangiava (Leone X) cose quadragesimali, stando tuttavia presenti alla mensa fra Mariano e Brandino, ben conosciuto in questa terra»[618]. Tutti, del resto, quegli strani commensali di un pontefice che, a detta del Giovio, fu temperatissimo nel mangiare, ma che faceva andare per la spesa della sola cucina la metà delle entrate che davano Spoleto, la Romagna e le Marche, pare sieno stati golosi e mangioni di prim’ordine, o per parlare più acconcio, fuori d’ogni ordine. Lo stesso Giovio assicura che furono essi gl’inventori delle salsicce fatte con carne di pavone; ma questa cosa rimane in dubbio, perchè non può essere altri che Leone X il saggio pontefice di cui è ricordo in certo Commento del Grappa, e che faceva fare la salsiccia di polpette di fagiani, di pernici, di pavoni e di capponi, mescolandovi l’animelle di un giovinetto vitello[619]. Checchè sia di ciò, certo si è che la peggior burla che Leone X potesse fare a quei suoi commensali si era d’imbandir loro scimmie e corvi, come sembra abbia fatto talvolta[620].
Ma come per la piacevolezza, così ancora per la voracità doveva fra Mariano vincere gli emuli suoi, e lo prova quella specie di leggenda che si formò appunto intorno alla voracità sua, e non si formò intorno a quella degli altri. Sigismondo Tizio, nella già citata sua Cronaca, dice che fra Mariano inghiottiva in un boccone un piccioncino, vuoi arrosto, vuoi lesso, divorava venti capponi, succiava quattrocento uova[621]. Questo è non più fra Mariano, ma Gargantua, anzi l’Orco, e gli si potrebbe dire col Dorat:
Digérez-vous? voilà l’affaire:
L’homme n’est rien s’il ne digère.
Nè ciò è ancora tutto. Lodovico Domenichi racconta di un signore che fece mangiare a fra Mariano un pezzo di canapo in cambio di un rocchino di anguilla arrostita[622], e Ortensio Lando assicura che il nostro frate, una volta, si mangiò una veste di ciambellotto per esser unta e piena di sucidume[623]. Beveva fra Mariano come mangiava? Non saprei: gli storici non dicon nulla in proposito. Bevitore famoso fu il Querno, e, sembra, anche il Moro de’ Nobili, il quale, dice il Firenzuola, aveva gran rispetto ai baccelli,
Che dan sete la notte insin nel letto[624].