Ma concediamo pure che il nostro fra Mariano mangiasse per quattro, anzi per dieci; non è men vero che egli sapeva fare anche altro. I capricci di lui sembra sieno stati notissimi per tutta Italia, tanto noti che un cenno bastava per ricordarli altrui, senza bisogno di narrarli altrimenti. Bernardo da Bibbiena dice in un luogo del Cortegiano: «io fui già converso in un fonte, non d’alcuno degli antichi Dei, ma dal nostro fra Mariano, e da indi in qua mai non m’è mancata l’acqua». E il Castiglione soggiunge: «Allor ognun cominciò a ridere, perchè questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva, essendo intervenuta in Roma alla presenza di Galeotto cardinale di san Pietro in Vincula, a tutti era notissima»[625]. Nello stesso libro Cesare Gonzaga accenna alla dottrina di fra Mariano, secondo la quale fare impazzire alcuno gli era guadagnar un’anima[626]. In una lettera che Bernardino Boccarino, segretario del vescovo di Firenze, scriveva all’Atanagi il 10 di marzo del 1536, passati più che cinque anni dalla morte del frate, si tocca di non so che frittata calda calda di fra Mariano[627].
Ma di tali capricci chi ci dà più larga notizia è Pietro Aretino, il quale parla del frate più che non faccia nessuno dei contemporanei. Nella giornata I della parte II dei Ragionamenti[628] si ha solo un accenno vago e fuggevole a un qualche motto, o altra piacevolezza di fra Mariano; ma nella giornata III di quella parte medesima[629], la comare, lodando l’orto della Nanna, dice che esso disgradava «il giardino del Ghisi in Trastevere e quello di fra Mariano a Monte Cavallo». Ora sembra che il giardino di fra Mariano non fosse manco noto e manco famoso del palazzo e degli orti meravigliosi che aveva in Trastevere Agostino Chigi, soprannominato il Magnifico. In una lettera dei 15 di novembre del 1524, Giambattista Sanga, segretario allora di monsignor Giberti, esortando Giambattista Montebuona in Roma a porre in buono assetto i giardini del padrone, diceva: «Ricordatevi delle spelonche d’edera di fra Mariano a Monte Cavallo»[630]. Che razza di giardino fosse propriamente non so; ma lo stesso facetissimo frate ne dà qualche contezza, dicendo nella seconda lettera al Marchese di Mantova: «Non desidererei altra grazia in questo mondo se non potervi convitare un dì all’orto qui di monte Cavalli nel laberinto, dove vedresti boschetti ed ornamenti silvestri nel domestico cento, 100 varietà e 1000 capricci; una chiesina poi di avorio lavorata di straforo, ed atorno profumata ed abellita con molte cose divote; una sagrestia con paramenti profumati papali di broccato d’oro in oro, dove in fra tanti paramenti è uno dorsale con una pianeta di velluto rosso, le quali dicono furono già un palio»[631].
Di altri capricci parla più diffusamente l’Aretino nella parte I del Ragionamento delle Corti. Interlocutori in questo ragionamento sono il Dolce, il Piccardo e il Coccio. Il Piccardo, raccontata la storia di certo monsignore avarissimo, che volendo frodare i suoi servidori, fu in bel modo bastonato dal mastro di stalla, soggiunge: «Fra Mariano, discreta ricordazione, fu per transire udendola».
Dolce. Buffone e piombatore.
Coccio. Non merita tale ingiuria di parole.
Piccardo. No certo, perchè egli fu così dolce, così affabile, così onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in Corte, e i virtuosi trassero gran piacere e gran bene dal suo favore.
Dolce. Perchè si dice i capricci di fra Mariano?
Piccardo. Dirovvelo. Il suo animo, subietto de le piacevolezze, non finiva mai di trovar facezie astratte da le altre, per ispasso de’ cortigiani, i fastidi de’ quali si consolano ne li intertenimenti di cotali.
Coccio. Contatene qualcuna.
Piccardo. Egli, che fu barbiere di Lorenzo, padre di papa Leone, e tra i divini suoi costumi allevato, avea in minoribus due voglie spasimatissime: una era di far frittata rognosa di sè stesso in quelle ceste d’uova portate da Perugia e da Todi da’ pollajuoli di Campo di Fiore, nè se la potè mai cavare per non avere il modo di pagare il danno.