Qui il Piccardo entra a fare un grande elogio del cardinale di Ragona, cioè d’Aragona, prete ne l’abito, re ne l’animo, creatura superna, splendore de la magnificenza; poi seguita il racconto.

Piccardo. Ora, per dirvi, Ragona, inteso che fra Mariano era per farla segnata non adempiendo l’altra sua sbudellata volontà, gli dice: «Andatevene in Navona, e non ve ne partite fin che non udite altro». Egli va, e piantasi a sedere in cima della piazza che sbocca in Parione, patria di Maestro Pasquino, che, se non mi fugge dal capo, ne parlaremo; e stando attento ad ogni voce, passava l’ora de lo starvi più, quando, dal di sotto e dal di sopra, un tara tara e un tantara tantara scoppia fuori di due trombe, e moltiplicando il clangore con lo abbreviare de lo strepito(?), appariscono due uomini d’armi sopra due cavalli bardati, con le lance in su la coscia, e con gli elmi chiusi in foggia di battaglia; e correndo l’uno al contrario de l’altro, entrarono tra i piattelli, tra le pentole, tra le vettine, tra le conche, tra i boccali, tra le scudelle, tra gli scudellini, tra le pozzatoje, e tra ogni altro instrumento di terra cotta, con tanto fracasso, con tanto tuono, e con tanto spavento, che si credette che quel punto fosse fratel bastardo del dì del giudizio; talchè gli ebrei, i rigattieri, i cambiatori, col resto de la plebe, truccando per la calcosa, con le loro bagaglie addosso, simigliavano i fuggenti lo sbombardare del diluvio su l’Arca di Noè; ed il popolo, udendo le strida de’ padroni de le vasa, cridando serra serra, si credette che profondasse la Corte.

Dolce. Questa è de le belle ciance che io udissi mai.

Coccio. Così dico io.

Piccardo. Fra Mariano non fece il fine di Margutte perchè fu sfibbiato a ora. Sì che voi intendete di che sorta erano i suoi capricci. Dieci volte, sendo la tavola papale coperta d’argenti con le cose dentro, ha tomato sopra esse, giostrando con le facole accese a le barbe de’ Mori de’ Nobili, de’ Brandini e del frate che mangiava le berrette. Io sono stato per perdere tra le parole il più bel fatto che ci sia. Due uomini del Cardinale, tosto che la furia venne meno, soddisfecero i padroni de le robe volate al cielo, atto conveniente a simile prelato, e non a gli spilorci d’oggidì, salvo la pace di chi gli simiglia.

Qui sbuca fuori un nuovo buffone, di cui non trovo altra memoria: il frate che mangiava le berrette. Non so chi possa essere, se pur non è il fra Martino ricordato dal Tizio; ma certo era un degno emulo di fra Mariano. Il quale, come si vede, non faceva propriamente alla mensa del pontefice la parte che il Giovio assegna a lui e agli altri. Nè si creda che l’Aretino esageri. Dei capricci, dirò così, conviviali di fra Mariano s’è già veduto quanto scriveva il Grossino al Marchese e alla Marchesa di Mantova: l’11 di gennajo del 1513 Stazio Gadio, descrivendo al Marchese una cena fattasi la domenica innanzi in casa del Cardinale di Mantova, cena a cui erano invitati, oltre il marchesino Federico, anche i cardinali d’Aragona, Sauli, Cornaro, l’arcivescovo di Salerno, l’arcivescovo di Spalatro, il vescovo di Tricarico, Bernardo da Bibbiena, fra Mariano, la signora Albina, cortigiana romana, e più altre persone, dice: «Nanti cena si fecero de le pacíe, che altramente ove è frate Mariano non si po’ fare, dio ve lo dichi per me. Setati a tavola, essendo in capo Albina e frate Mariano..... alla secunda vivanda, li polastri volavano per la tavola caciati dal frate, poi da li preti; con li sapori e minestre si dipingevano li volti e panni». Stazio Gadio avrebbe avuto assai altre cose da dire; ma si contenta di soggiungere (e ce ne rincresce) a mo’ di conclusione: «Doppo cena lasso judicar a V. Ex. che si fece»[632]. E l’Eccellenza sua avrà certamente giudicato con indulgenza, dolendosi forse di non essercisi trovato.

I capricci di fra Mariano, quelli almeno che conosciamo un po’ meglio, non sempre sarebbero ora di gusto nostro, come indubitamente erano di Leone e de’ suoi famigliari. Il papa e il frate se la dovevano intendere tra di loro benissimo, giacchè professavano entrambi la stessa filosofia della vita. Dice Andrea Calmo nel prologo della Rodiana: «Certo la melodia del vivere è un bel che; ella è sì fatta, che aggiunge quasi al piacere, che si gusta in celi celorum, e però esclama fra Mariano dinanzi a Leone: Viviamo, babbo santo, che ogni altra cosa è burla». Perciò non credo che il papa abbia voluto pagar d’ingratitudine il frate, componendogli il seguente epitafio, che un codice Marciano reca con la intitolazione: Di Leone Xmo per frate Mariano. Anche i versi non pajono degni di sì fatto autore; ma se pure il papa lo compose, ebbe a comporlo per celia. Eccolo ad ogni modo[633].

Un frate sotto bianco e sopra nero,

In gola e in zazeria[634] molto eccellente,

Di fuori porco e dentro puzzolente