Di considerazioni e di discorsi;
Di più, di poi, di ma, di sì, di forsi,
Di pur, di assai parole senza effetti?[636].
Da certe parole che si leggeranno qui sotto parrebbe di no. Ciò che v’ha di certo si è che egli campò altri dieci anni, che seguitò a tenere tutto quel tempo l’officio suo di piombatore, e che quando fu morto, tutti coloro ch’egli aveva fatto ridere con le sue piacevolezze lo piansero amaramente. Addì 4 dicembre del 1531, Sebastiano Luciani, diventato fra Sebastiano del Piombo, scrive all’Aretino, informandolo d’essere succeduto nell’officio a fra Mariano[637]; ma già il 2 dello stesso mese Girolamo Schio, vescovo di Vaison, e maestro di casa di Clemente VII, aveva scritto a messer Pietro quanto segue: «Fu tanto a tempo la novella vostra de la canella, che quella bonanima de fra Mariano la intese, e ne fece tanta festa del mondo; e disse molte accomodate ed onorevole parole di voi; ed ebbe per più la menzione che feste de lui, che se una trinca de Re gli avesse scritto. Io son rimasto essecutore del suo testamento, che fece molto prudentemente; e son rimasto col secreto de li capricci suoi. Non sciò già se verrà mai tempo che se possa slegare el sacco ed usarli. Lui morse da bono e santo omo, con bona lingua e sentimento fino a l’ultimo fiato; e iij ore avanti, ch’io lo lassai, mi chiese la benedizzione e licenzia, dicendo che non si vedremo più se non di là. La sua morte ne seria molto più doluta, se non ce interveniva el temperamento di aver posto in suo loco el nostro Sebastiano da bene, che ha tante bone parte, che satisfa alla tanta jattura che ci troviamo aver fatta di quello uomo; e così andaremo vivendo sin che a Dio piacerà; ma più alegramente che si potrà»[638].
Chi non direbbe questa lettera scritta in ricordo e deplorazione della morte di un dottore della Chiesa, pronto ad essere canonizzato? Non sappiamo in che consistesse propriamente quel secreto di capricci a cui con tanta discrezione allude il buon vescovo; ma forse non immaginerebbe il falso chi pensasse a rime giocose, a novelle piacevoli, in una parola a capricci scritti, che il frate dabbene avrebbe fatto alternare con quegli altri suoi capricci operati, di cui abbiam veduto alcun saggio. Quelle due lettere sue che abbiam ricordate mostrano come fossero in lui ingegno ed umore atti anche a ciò. E se così fu veramente, noi dobbiamo dolerci che la storia del papato e la storia della letteratura italiana sieno state defraudate ad un tempo di così notabili documenti.
Monsignor vescovo di Vaison afferma che fra Mariano morse da bono e santo omo, e noi gli crediamo volentieri; ma visse fra Mariano così come morse? Ebbe egli altre virtù, oltre a quella di far ridere Leone X e tanti cardinali e tanti principi e cortigiani? Pare di sì. Ebbe egli tra’ suoi caprici qualch’altro vizio, oltre a quello della voracità formidabile? È questo un gran dubbio. Di sè il frate non dice se non bene, ed è giusto. In quella seconda lettera al Marchese di Mantova così si dipinge: «Io mi trovo umano, mansueto, affabile, basso ad uso di tartufo, overo pisciacane che nasce terra terra, in modo che ognuno mi può calpestare e por piè». E séguita dicendo che degli 800 ducati d’oro che gli rendeva l’officio faceva tre parti: «una a Cristo, da cui viene ogni bene; l’altra alli parenti, che ho tanta canaglia che non empirebbe loro la gola tutta l’acqua d’intorno a Mantova; la terza parte per me e mia famiglia, magnare e bere, e bestie e basti, in modo che ogni anno fo debito trecento ducati». Come desse quei denari a Cristo non so; e chi può dire in che termini stesse con Cristo il buon frate? e chi può dire in che termini ci stesse papa Leone? Son misteri troppo profondi. Ma ciò che è detto dei parenti sarà verissimo, perchè chiunque avesse officio e grado e rendite in Roma a quel tempo vedeva pullulare i parenti fuor di terra a mo’ di funghi, a cominciar dal papa; e verissimo ancora ciò che è detto della famiglia, la quale non era forse composta di soli servitori. Fra Sebastiano diventò padre per da vero tra l’un piombo e l’altro. Ad ogni modo il nostro frate doveva essere un buon pastricciano, se persin l’Aretino giunse, come s’è veduto, a dir di lui che «egli fu così dolce, così affabile, così onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in Corte».
Ma c’è quel maledetto sonetto, dove non solo si dice che fra Mariano credette poco e simulò religione, ma si tocca in modo anche troppo chiaro di un zero che non è quello dell’aritmetica. Sarà vero? sarà falso? Ecco dove ci vorrebbero i documenti, e dove i documenti mancano. Lodovico Dolce dice in una sua satira a Ercole Bentivoglio:
Dal pergamo gridar grave e sdegnoso
S’ode fra Mariano e i vizii danna;
Ma in cella quando è moglie e quando è sposo;