[417]. Ciò si rileva facilmente leggendo il poemetto, e basterebbero a farne prova questi due versi che il Veniero dice in persona propria:
Venni e subbiai per farvi riverenza,
Ma dal balcon mi fu data licenza.
Il Veniero si duole assai dell’albagia della Zaffetta, che si crede esser maggiore
Che non è di San Marco il campanile.
Del resto il famoso trentuno, di cui nel poemetto si narra, non fu dato davvero, e le parole stesse del poeta lo dicono.
[418]. Lettere, vol. V, f. 27 r. L’Aretino fa pure gran lodi di una Lucrezia Ruberta. Vedi anche il nobile atto di una cortigiana di Padova narrato dal Giraldi Cinzio negli Ecatommiti, Introduzione, nov. 10.
[419]. Pro poemate ludicro apologia, Perugia, 1616, pp. 160-1.
[420]. Vedi una lettera di Gerolamo Negri, scritta il 29 decembre 1522 da Grottaferrata a Marcantonio Micheli, Lettere di principi, ecc., Venezia, 1881, lib. I, f. 110 r.; Colocci, Poesie italiane, Jesi, 1772, p. 29 n. Il Negri dice: «Questo caso tanto più è degno d’esser celebrato, e quasi preposto al fatto di Lucrezia, quanto che questa donna fu figlia d’una pubblica e famosa meretrice, che fu l’Imperia, cortigiana nobile in Roma, come sapete».
[421]. Vedi Cian, Op. cit., pp. 25-35.