Hoc volui juvenis condier in tumulo.

Franciscus Swertius, Epitaphia joco-seria, Colonia, 1645, p. 115.

[461]. Gregorovius, Lucrezia Borgia, 1ª ediz., Stoccarda, 1874-5, vol. I, p. 89.

[462]. Cian, Op. cit., pp. 35-6.

[463]. Lo negò, per esempio il Corradi, Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento, negli Annali universali di medicina e chirurgia, vol. 269 (1884), pp. 319-20.

[464]. Sostenne il Canello che l’aumentare delle prostitute, e il loro affinarsi in signore e cortigiane nel Cinquecento, accenna già chiaramente al sentito bisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia. (Vedi Storia della letteratura italiana nel secolo XVI, Milano, 1880, pp. 23-5). Ma tale bisogno è esso veramente e comunemente sentito in quel secolo? mi par dubbio assai; mi sembra che le prove che il Canello credeva di scorgerne siano assai più apparenti che reali. In nessun secolo si scrissero contro il matrimonio tanti trattati, tanti discorsi, tanti altri componimenti di varia forma quanti se ne scrissero nel Cinquecento. A volerne fare il catalogo si potrebbero riempiere più quaderni agevolmente. Non considerò il Canello che il cresciuto numero e le cresciute attrattive delle prostitute, se giovavano, per un verso, alla famiglia, con far minore intorno alle donne maritate la ressa degli insidiatori, per un altro verso nocevano, stogliendo dal matrimonio molti più celibi, e porgendo agli ammogliati molte più occasioni, e più gradite, di mancare alla fede conjugale. Non considerò inoltre che secondo certi principii, ai quali pur s’informava in quel secolo il culto della donna, lo stato matrimoniale appariva a molti quasi macchiato di una nota d’indegnità. Dice Michele Barozzi nel Dialogo della dignità delle donne dello Speroni (Opere, edizione cit., vol. I, p. 51), che l’amore è quello che naturalmente fa le donne signore degli uomini, e che le leggi civili, creature del vulgo, «solamente avendo riguardo a’ figliuoli, che a beneficio della repubblica le nostre donne ci partoriscono, quei dolci nomi d’innamorato e d’innamorata derivati da amore, scioccamente in due strane ed odiose parole, moglie e marito, di convertire deliberarono». Del resto si tratta di sapere, non quanto la prostituzione elegante del Cinquecento abbia giovato o nociuto alla famiglia, ma quali furono le cause che la promossero. Ora, tra queste cause, che io mi sono studiato d’indicare, confesso che non mi viene fatto di scoprire il bisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia.

[465]. Si comprende facilmente a quali strane contraddizioni dovesse dar luogo la devozione alle prese col meretricio. La già più volte ricordata Nanna ammonisce a questo modo la figliuola: «Veniamo a le divozioni utili al corpo ed a l’anima. Io voglio che tu digiuni, non il sabbato, come le altre puttane, le quali vogliono essere da più del Testamento Vecchio, ma tutte le vigilie, tutte le Quattro Tempora, e tutti i venerdì di Marzo; e dà nome che in così sante notti non dormi con persona. In tanto vendile nascosamente a chi più ne dà, guardando che i tuoi amanti non ti colghino in frodo». (Aretino, Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 252). Una delle interlocutrici della Puttana errante in prosa, accingendosi a dar conto di mille turpitudini alla sua degna amica, avverte: «oggi è sabbato, nel quale dì, per la riverenza della Madre del Salvadore, non mi lascio abbracciare da alcuno». Nè si creda perciò che quella devozione non fosse sincera. Beatrice da Ferrara, saputo che Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, era ferito in Ancona, gli scrisse una lettera, dove, con alternazione delle più strane e, diciam pure, delle più comiche, con la più curiosa delle promiscuità, parla di ogni sorta di sudicieria, e in pari tempo della Settimana Santa, della sua confessione, delle preghiere fatte da lei a Dio per la salute dell’ill.mo Signor Duca, del voto fatto di andare in pellegrinaggio a Loreto, quando l’ill.mo Signor Duca fosse pienamente guarito. (Lettere di cortigiane del secolo XVI, lettera XXXIV, pp. 81-5). Nella commedia del Contile intitolata La Pescara (Milano, 1550), dice la Martinella cortigiana a Marcello servo (atto I, sc. 5): «sai pur che non sono di quelle sfacciate. Odo la messa una volta il mese, dico la corona, e perchè sono anch’io di buon sangue voglio diece scudi di chi si vuol meco impacciare».

[466]. Fortini, Novelle, 2. Della Bice da Prato si dice nei Germini:

è d’ogni peccato netta e monda

Sempre il suo ufiziuol la porta allato.